Dopo l’omicidio di Salvo Lima, Giulio Andreotti aveva un inquietante dubbio. “Non è che per caso c’entra Vito Ciancimino?” chiese il sette volte presidente del consiglio, dando una lettura quasi politica sull’omicidio del suo luogotenente in Sicilia. A raccontare il tetro quesito del Divo Giulio è Susanna Lima, figlia dell’europarlamentare assassinato, deponendo come teste davanti alla corte d’assise di Palermo che sta celebrando il processo sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.

“Conoscevo già da tempo Andreotti – ha raccontato Lima – I miei rapporti con lui erano ottimi: lo vedevo quando veniva qui a Palermo, o a volte a Roma o a Strasburgo. Dopo l’omicidio di mio padre, tra il 12 aprile e il 12 maggio 1992, lo incontrai a Palazzo Giustiniani a Roma. L’incontro con Andreotti fu cercato forse da entrambi. Quando ci fu il funerale non riuscii a incontrarlo e lui dopo manifestò l’intenzione di vedermi. Eravamo presenti io, mio marito e Andreotti, non ricordo se c’era qualcun altro. E Andreotti, appena mi vide, quando ero ancora sull’uscio della porta, per prima cosa mi disse: ma secondo te c’entra qualcosa Ciancimino? Io risposi che non ne ho avevo idea”.

Una domanda non da poco quella dell’ex senatore a vita, scomparso pochi mesi fa. La chioma bianca di Salvo Lima, immersa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992, è infatti l’omicidio che inaugura il biennio di stragi al tritolo con cui Cosa Nostra dichiara guerra allo Stato. “Io non potevo approfondire l’argomento perché  non sapevo nulla- ha continuato Lima – I rapporti tra mio padre e Vito Ciancimino erano politici, ma certamente non erano personali. Poi non se ne parlò più. Fu una domanda fatta sulla porta. Poi ci furono altri incontri, prima del gennaio 1993”.

La deposizione di Susanna Lima ha dato origine a un giallo. Dalle sue parole è emerso che la famiglia del discusso politico siciliano percepisce un’indennità di 1.800 euro al mese che spetta alle vittime di mafia, cosa che ha suscitato proteste delle associazioni impegnate conto Cosa nostra. ”La signora Susanna Lima non gode dei benefici per le vittime di mafia. Ha equivocato il senso della domanda posta da un avvocate di parte civile”, ha però poi precisato il suo legale Carlo lo Monaco.

Lima e Ciancimino, seppur di correnti diverse, si avvicinarono già nei primi anni ’60, quando con il primo sindaco e con il secondo al vertice dell’assessorato ai lavori pubblici, andò in scena il “sacco di Palermo”, la maxi operazione edilizia che rase al suolo le villette liberty, sostituite con orrendi palazzoni quadrati, ferendo indelebilmente il volto della città. Il fatto che Andreotti avesse fatto cenno a Ciancimino, vicinissimo a Bernardo Provenzano (oggi accusato come mandante di quell’omicidio), lascia immaginare come l’allora presidente del consiglio avesse formulato delle ipotesi precise sulle dinamiche interne a Cosa Nostra.

Secondo la ricostruzione della Procura, Lima venne assassinato perché non era stato capace di cambiare le sorti dei boss, condannati al carcere a vita al maxiprocesso, che venne confermato dalla Cassazione il 30 gennaio del 1992. La figlia dell’europarlamentare però è scettica. “Non ci furono particolari reazioni da parte di mio padre relativamente alla sentenza di primo grado del maxiprocesso. Ma non ho mai colto particolari preoccupazioni o timori riguardo alla sua incolumità: ho la certezza che mio padre non è stato assassinato perché non rispettava i patti con la mafia, semplicemente perché mai nessun patto aveva stretto”. 

Oltre a Lima, a essere più volte citato in aula è stato anche un altro esponente democristiano: Calogero Mannino. “Presentai un rapporto tra aprile e maggio del 1992. In questo rapporto il politico oggetto della denuncia del giudice Scaduti veniva individuato come l’allora senatore Vincenzo Inzerillo, riconducibile all’area politica di riferimento dell’ex ministro Calogero Mannino” ha raccontato Calogero Germanà, all’epoca investigatore della Criminalpol e oggi questore a Piacenza. “A rapporto presentato ci furono delle richieste indirette per incontrare Mannino – ha continuato Germanà – una proveniva da mio cugino Virginio Amodeo che mi sollecitava ad incontrare Mannino. Ma io rifiutai”. Poi a Germanà arrivò la convocazione del vice capo della Criminalpol Luigi Rossi. “Mi chiese – ha detto il questore – se dall’indagine fosse venuto fuori qualcosa su Mannino e io risposi di si, precisando, però, che non c’era nulla di specifico”.

Ed è dopo quell’incontro che il poliziotto viene trasferito a dirigere il commissariato locale di Mazara del Vallo. Dove il 14 settembre del 1992 riesce a sfuggire ad una ferocissima esecuzione, che vede Cosa Nostra utilizzare boss di prim’ordine come Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro nel gruppo di fuoco mobilitato per assassinarlo. Mannino è uno degli imputati della Trattativa, e ha scelto di essere processato con il rito abbreviato: per l’accusa è lui l’uomo che per primo si adopera cercando un contatto con Cosa Nostra. Secondo il collaboratore Giovanni Brusca, i boss si erano già mossi per eliminarlo come avevano già fatto con Lima. “Avevo già avviato gli appostamenti – spiega il boss di San Giuseppe Jato – poi, a metà luglio, fu bloccato tutto, non so perché”. Pochi giorni dopo, in via d’Amelio,  toccò a Paolo Borsellino saltare in aria insieme agli uomini della scorta.

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