Il dramma Alitalia si avvita attorno al problema dei crediti delle banche. Gli alati discorsi sull’italianità e sugli interessi nazionali sono cortine fumogene. Non è un caso se la serie infinita di riunioni che si stanno svolgendo a palazzo Chigi vedano tra i protagonisti il numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni e il direttore generale di Intesa Sanpaolo Gaetano Miccichè. Alitalia ha circa un miliardo di debiti, e le due maggiori banche italiane, insieme alla Popolare di Sondrio e al Monte dei Paschi, sono le più esposte.

Davanti al premier Enrico Letta ci sono due strade: una con la quale le banche perderebbero tutto e una che salverebbe i loro crediti. Percorrere la prima è possibile solo a condizione che si inietti nuovamente denaro pubblico nella compagnia privatizzata a caro prezzo nel 2008. Vediamo i numeri. La nuova Alitalia dei “patrioti” guidati da Roberto Colaninno nei primi quattro anni di attività (2009-2012) ha perso un miliardo in tutto. Fin dall’inizio la sciagurata operazione ha visto come maggiore azionista Air France, con il 25 per cento del capitale, e anche i muri sapevano che a fine 2013 la compagnia sarebbe diventata francese. Alitalia è da sempre integrata con Air France e Klm nell’alleanza Skyteam, una delle concentrazioni industriali che caratterizzano il mercato aereo.

Nessuna grande compagnia riesce più a stare sul mercato da sola, figurarsi la scassata Alitalia. Uscire dall’alleanza è poi praticamente impossibile. Il destino della compagnia è dunque segnato, e se qualcuno teme che questo sacrifichi il nodo di Fiumicino può mettersi l’anima in pace: è già successo, Colaninno ha da tempo delegato al primo azionista la politica dei voli a lungo raggio e assecondato la progressiva ritirata dal mercato più redditizio.

Nel frattempo la gestione dei “patrioti” ha portato l’Alitalia sull’orlo del baratro, e Letta ha parlato chiaramente di una necessaria discontinuità nella gestione. I francesi però si sono irrigiditi. Trattandosi di una compagnia che già domenica prossima potrebbe fermare i voli (il numero uno dell’Eni Paolo Scaroni ha detto che non darà più carburante a credito, visto che fatture per 30 milioni sono ancora inevase) Air France ha posto precise condizioni per prendersela: mano libera sul numero di dipendenti e sul network dei collegamenti. Soprattutto zero debiti.

Le voci di ieri riferivano di una tesa telefonata tra Letta e il presidente francese François Hollande, notizia non confermata ma verosimile. Dare l’Alitalia al nuovo proprietario francese senza debiti significherebbe ripetere lo scenario del 2008, cioè la creazione della cosiddetta bad company, un ramo fallimentare che si prende i debiti lasciando la parte sana dell’attività pronta a ridecollare libera e felice.

Il problema è che nel 2008 Alitalia era pubblica, e così la gestione fallimentare fu dotata di circa 3 miliardi di denaro pubblico per soddisfare i creditori. Stavolta Alitalia è privata, e fare la bad company significherebbe dare l’attività all’Air France lasciando a bocca asciutta i creditori, Intesa e Unicredit in testa. Per convincere Air France a prendersi la polpa Alitalia con l’osso dei debiti si è pensato a imbellettare i suoi conti con un’iniezione di 300-500 milioni (sufficienti per un anno di stentata vita ulteriore) in parte a carico delle banche come credito ulteriore e in parte a carico degli azionisti che ancora rispondono al telefono: la Immsi della famiglia Colaninno, Atlantia dei Benetton (interessata perché controlla gli Aeroporti di Roma), e di nuovo Intesa, che nella brillante operazione orchestrata dall’allora suo capo Corrado Passera investì anche 100 milioni nel capitale.

Siccome sono tutti un po’ in difficoltà, qualcosa, almeno un centinaio di milioni di euro, dovrebbe metterli lo Stato. Ma a quanto si sa, i vertici della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini (il presidente) e Giovanni Gorno Tempini (amministratore delegato), hanno minacciato le dimissioni se venisse ordinato il salasso a loro o alla loro controllata Fintecna. Di qui lo stallo. Per questo il consiglio d’amministrazione di Alitalia, convocato ieri pomeriggio per lanciare i necessari aumenti di capitale, è stato rinviato a domani. Partita apertissima con centinaia di milioni in gioco, e la pressione fortissima delle banche perché paghi ancora una volta Pantalone.

Twitter @ giorgiomeletti

Il Fatto Quotidiano 10 ottobre 2013