Si riparla di salvataggio per Alitalia. Con il concorso delle banche. Una storia già vista, costata alla collettività alcuni miliardi. La debolezza del progetto industriale della nuova compagnia era evidente fin dall’inizio. La sorte degli azionisti e le giuste preoccupazioni per i posti di lavoro.

di Carlo Scarpa* (lavoce.info)

Una lunga storia

Si torna a parlare della ennesima crisi di Alitalia. Di salvataggio, di chiamata alle armi delle banche – come se in Alitalia non avessero già fatto abbastanza danni; le solite cose. Non abbiamo imparato nulla dall’ultimo salvataggio di Alitalia, e pare che siamo pronti a rifare gli stessi errori. Curando il sintomo e non le cause. Occorre salvare Alitalia; ma dalla politica, dalle banche e dai suoi azionisti.
E non vale la pena di ripeterne i dettagli, se non per ricordare che Alitalia è già stata salvata un paio di volte prima del 2008, poi è stata fatta fallire con la creazione della bad company tuttora in procedure concorsuali con un costo per la collettività di alcuni miliardi – forse non sapremo mai quanti. Da questa costosissima operazione di ripulitura è emersa una impresa libera dal peso dei debiti precedenti, dell’eccesso di personale, dei rami secchi. Un’impresa che qualcuno sperava fosse solida e capace di risollevare l’orgoglio italico che sentiva violato.
E, invece, dopo quattro anni di perdite, la nuova Alitalia (Cai) sembra prossima al capolinea. I numeri, purtroppo, parlano chiaro. Dalla sua nascita, Alitalia ha soltanto perso denaro. L’anno migliore è stato il 2011 con una perdita netta di soli 69 milioni. In quattro anni,perdite complessive – a valori di fine 2012 – per oltre 870 milioni, alle quali si dovrebbero aggiungere altri 300 milioni per la prima parte del 2013. Il debito finanziario netto accumulato sfiora il miliardo, al quale occorrerebbe poi aggiungere qualche centinaio di milioni di debiti commerciali (fornitori; biglietti già emessi; eccetera).
Intendiamoci, sono stati e sono tuttora tempi duri per tutte le compagnie aeree, ma la posizione di Alitalia è peggiore. Visto che fingiamo di credere che sia una grande compagnia, un “campione nazionale”, confrontiamola con altre imprese di questa risma. Ad esempio, nel 2011 Lufthansa e Air France hanno denunciato perdite per 13 milioni e per 809 milioni, rispettivamente. Nel 2012 Air France ha continuato a perdere (300 milioni di euro), ma già Lufthansa si stava riprendendo, con un profitto di 990 milioni, anche a seguito di tagli di 3.500 unità di personale. E nel 2013 anche il gruppo Air France Klm dovrebbe chiudere almeno con un margine operativo positivo, anche grazie a tentativi di efficientamento.
Ma c’è un’altra differenza. Nel 2011 Air France Klm aveva 350 milioni di perdite su un fatturato di oltre 24 miliardi. Nel 2012 Alitalia ha denunciato perdite nette di 280 milioni con un fatturato di 3,6 miliardi; il debito di circa metà del fatturato chiude il cerchio.

Nata male, cresciuta peggio

La debolezza del progetto industriale di Alitalia era evidente dall’inizio. Incapace di trovare una sua vocazione, troppo piccola per competere con le altre grandi compagnie europee, nessun tentativo di cimentarsi nel segmento low cost… E incappata nella crisi economica più lunga del dopoguerra.
Si è illusa di stare in piedi con i profitti che le ha garantito il sistema politico con il placet della Autorità antitrust quando ha bloccato per oltre tre anni la concorrenza sulla Linate-Fiumicino. E invece il successo dell’alta velocità ferroviaria ha reso inutile anche questa stampella.
Un mix letale di debolezza e sfortuna. Difficile dire cosa sarebbe successo senza la crisi o senza il Frecciarossa. Probabilmente sarebbe stata solo un’agonia più lenta, ma non lo possiamo sapere.

Ora basta

Gli appelli alle banche e le soluzioni ponte di cui vaneggiano alcuni politici, anche di Governo, cercano di tenere in piedi Alitalia da decenni. È giusto preoccuparsi dei posti di lavoro. Ma non ha senso salvare gli azionisti. Il futuro prossimo sarà marcato dal continuo sviluppo dell’alta velocità e delle low cost; quale spazio esiste per Alitalia? E, soprattutto, perché il paese se ne dovrebbe preoccupare?
Il fallimento del 2008 e la nascita della nuova Alitalia erano stati organizzati da Banca Intesa che in quel modo aveva risolto una buona parte della propria esposizione con il Gruppo Toto/AirOne. Dopo alcuni miliardi di denaro pubblico bruciato e oltre un altro miliardo di perdite cumulate in meno di cinque anni nonostante le protezioni politiche, forse può bastare. Che le banche tornino a fare le banche, e che Alitalia sia gestita da imprenditori del settore.

*Carlo Scarpa è nato a Parma nel 1961, è professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Brescia, dove ha tenuto corsi di Economia politica, Economia industriale e Politica della concorrenza. Si è laureato a Parma, e ha conseguito il Dottorato di ricerca all’Università di Bologna e il D.Phil. in Economia al Nuffield College, Oxford University. Ha insegnato e svolto attività di ricerca presso le Università di Oxford, Bologna, Cambridge, Evry, York, la Johns Hopkins University, l’Università Bocconi, il Boston College, la London Business School e l’Ecole Normale Superieure di Parigi. Ha svolto attività di consulenza presso la Banca d’Italia, la Consob, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas e per varie imprese private. E’ stato coordinatore scientifico generale di diversi progetti finanziati dalla Commissione Europea su temi di privatizzazione e di energia (tra gli ultimi “Understanding Privatisation Policies” e “Security of Energy Considering its Uncertainty, Risk and Economic implications”, in collaborazione con la Fondazione Mattei di Milano). Si occupa di problemi di economia e politica industriale, con particolare riferimento a temi di antitrust e alla regolazione di servizi di pubblica utilità, soprattutto nei settori dell’energia e dei trasporti.