Il presidente Napolitano rilancia la “riforma della giustizia” ed esorta i magistrati a essere “meno difensivi e più propositivi” su questo punto, perché di riforme “c’è bisogno da tempo” e le proposte sul campo sono “pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione”. Nel pieno dello psicodramma politico sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, le parole del capo dello Stato suonano come un attacco alla magistratura, tanto che il Movimento Cinque Stelle le definisce “indecenti” e chiede dimissioni, mentre il Pdl “festeggia” con un selva di dichiarazioni pro Quirinale. Lamentando il “perdurante conflitto tra giustizia e politica“, Napolitano chiede alle toghe “equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità e senso della misura e del limite”. Ovvietà condivisibili, ma due giorni dopo il videomessaggio del Cavaliere, dove i magistrati sono accusati persino di voler “realizzare la via giudiziaria al socialismo”, il presidente usa toni cento volte più morbidi contro l’altro contendente, la politica. 

L’intervento di otto minuti alla Luiss di Roma per ricordare il consigliere Loris D’Ambrosio, deceduto il 26 luglio, va letto però anche nelle sfumature. Napolitano regala per esempio una citazione indiretta – senza mai nominarla – a Ilda Boccassini, il magistrato che con l’inchiesta Ruby ha fatto condannare il leader del Pdl in primo grado a sette anni di reclusione per prostituzione minorile e concussione (altro suo “cliente” fu Cesare Previti, pure lui condannato). Il presidente evoca infatti “magistrati di fiera indipendenza e combattività”, che in un incontro tenuto “a Milano qualche giorno fa hanno fatto autocritica”. Il 14 settembre, presentando un libro nel capoluogo lombardo, è stata proprio Ilda Boccassini a dire che “certi pm hanno usato il loro lavoro per altro”, cioè per fare politica. In realtà, chi conosce “Ilda la rossa” sa bene che la frecciata era rivolta a Palermo e non certo ai magistrati che hanno trattato il processo sui diritti Mediaset dall’inchiesta alla condanna definitiva, che non si sono mai esposti in politica. 

Non è che nell’intervento del capo dello Stato sia mancata la difesa delle toghe. Che sono “impiegati pubblici“, ma l’espressione va usata “in senso orgoglioso” (al contrario di quanto fa Berlusconi in tanti comizi). E il “severo controllo di legalità” operato dai magistrati” è “imperativo assoluto per la salute della Repubblica”. E’ quindi necessario “un inequivoco rispetto per i magistrati spesso travolti nella contrapposizione tra politica e giustizia“. Un colpo al cerchio dei giudici, appena un colpetto alla botte dei politici, quello che resta del discorso di Napolitano è soprattutto l’accenno alla riforma della giustizia. Che nel clima di questi giorni pare un’offerta al fronte berlusconiano per calmare le tensioni sul governo Letta. Particolare niente affatto secondario, la riforma della giustizia porta con se tradizionalmente un’amnistia, come accadde nel 1989 dopo l’introduzione del nuovo codice di procedura penale. Ammesso che il Parlamento riesca a condurla in porto, l’inatteso beneficio potrebbe piovere sulla testa di Berlusconi durante l’esecuzione della pena di un anno. E, estinguendo il reato, lo purificherebbe anche dall’interdizione dai pubblici uffici. 

Quali sono le riforme che Napolitano invita i magistrati a digerire? Il presidente non lo dice, ma i suoi “saggi” hanno già prodotto una bozza di lavoro. Che prevede tra l’altro limiti alle intercettazioni telefoniche durante le indagini, una nuoca “corte” a maggioranza politica da mettere sopra il Csm per l’azione disciplinare contro i magistrati, l’abolizione del ricorso in appello in caso di assoluzione in primo grado. Per il Pdl e Berlusconi, tutti punti ad alto gradimento. 

Tra le righe dell’intervento in omaggio di D’Ambrosio non manca un riferimento all’inchiesta del Fatto Quotidiano che, lo scorso anno, ha svelato le telefonate del Colle con Mancino, al tempo indagato per falsa testimonianza nell’inchiesta sulla trattativa stato-mafia: “Nulla è stato più paradossale e iniquo che vedere anche Loris divenire vittima di quello che il professor Fiandaca ha chiamato ‘un perverso giuoco politico-giuridico e mediatico‘. La cui impronta mistificatoria si è fatta sentire proprio oggi forse in non casuale coincidenza con questo incontro”. Il riferimento è alla notizia, pubblicata oggi dal Fatto (leggi l’articolo di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza) e da altri quotidiani, del carteggio tra Pietro Grasso e il pg della Cassazione proprio a seguito dell’interessamento quirinalizio sulla vicenda. Il nome di Loris D’Ambrosio ricompare all’interno di questi articoli.