Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha ricevuto a palazzo Chigi i vertici della Fiat, Sergio Marchionne e John Elkann. Durante la colazione di lavoro, concordata da diverse settimane dopo l’incontro di New York del dicembre scorso, il premier ha auspicato la crescita del Lingotto a livello nazionale e globale e ha sottolineato come l’esecutivo sta lavorando per dimostrare che è possibile fare industria in Italia.

L’incontro a palazzo Chigi segue di una settimana le dichiarazioni dell’amministratore delegato del gruppo, che aveva denunciato “condizioni industriali ancora impossibili in Italia” durante la conference call con gli analisti sui conti del gruppo, annunciando che Fiat potrebbe produrre i nuovi modelli Alfa Romeo non in Italia ma all’estero. Parole che avevano subito fatto intervenire il ministro del Lavoro Enrico Giovannini, chiarendo che “non sono d’accordo con Marchionne, ci sono molte imprese che in queste condizioni stanno continuando a investire, a crescere, a creare profitto e posti di lavoro”.

Duro anche il commento del segretario generale della Cgil Susanna Camusso. “La campagna contro il Paese di Marchionne è la precostituzione dell’alibi che giustificherà altri trasferimenti di Fiat in altri Paesi all’estero”, ha dichiarato nei giorni scorsi evidenziando la politica industriale della Fiat volta, secondo lei, a trasferire all’estero produzione, ricerca e altre funzioni decisive dell’azienda. ”L’ad di una grande impresa dovrebbe avere tutto l’interesse a dare risposte ai lavoratori e rassicurazioni a continuare a investire in Italia invece che dire che il nostro è un Paese nel quale è impossibile investire“, ha aggiunto. “Perché a furia di ripeterlo c’è il rischio che convinca qualcuno, nel resto del mondo, che sia davvero impossibile investire in Italia”.

Mentre una settimana prima aveva fatto molto discutere il modo in cui il Lingotto aveva risposto al verdetto della Consulta, che ha dichiarato l’illegittimità del 1° comma dell’articolo 19 utilizzato dall’azienda di Torino per escludere la Fiom dalla rappresentanza sindacale per non aver firmato il contratto. “Fiat si riserva di valutare se e in che misura il nuovo criterio di rappresentatività, nell’interpretazione che ne daranno i giudici di merito, potrà modificare l’attuale assetto delle proprie relazioni sindacali e, in prospettiva, le sue strategie industriali in Italia, aveva commentato il gruppo.