E’ risaputo che la disoccupazione giovanile rappresenta l’emergenza più grave con un tasso che, per la media dei paesi europei nel 2012 ha raggiunto il 24%, mentre in Italia ha superato il 38%.

La situazione è in realtà ancora più critica se si considera che i giovani che sono riusciti a trovare una qualche forma di impiego sono in maggioranza precari e mal retribuiti come evidenziato anche da una recente indagine dell’Ocse.

Nelle mie visite settimanali ai Centri di ascolto oltre alle situazioni di indigenza assoluta che mi vengono sottoposte, mi confronto spesso con famiglie i cui figli, dopo i 16 anni, lasciano gli studi per cercare una qualsiasi forma di occupazione, spesso precaria e mal retribuita, per poter aiutare economicamente i propri genitori. Questa scelta, spesso obbligata, comporta però conseguenze drammatiche in quanto non fa che tramandare di padre in figlio la condizione di indigenza della famiglia.

Ho quindi capito che era necessario andare oltre la logica degli aiuti di emergenza e del sostegno al reddito che normalmente fornisco a queste famiglie e, pur nella limitatezza della mia iniziativa individuale, ho deciso di intervenire con un progetto di lungo periodo.

Ho contattato le responsabili di tre dei Centri di ascolto con cui collaboro, situati nei quartieri caratterizzati dal maggiore degrado sociale ed economico per mettere a disposizione delle risorse finalizzate a garantire un percorso di studi completo a 30 ragazzi che avrebbero selezionato loro in base alle singole situazioni familiari. Non ho posto loro alcun vincolo se non quello di sostenere dei giovani che avessero realmente voglia di cogliere un’opportunità per dare a stessi ed alle proprie famiglie un futuro migliore.

Mi sarei aspettato una fila interminabile di richieste, cosi come per il sostegno immediato al reddito che garantisco nell’ambito delle normali attività della Fondazione. In realtà, dopo 4 mesi, solo un ragazzo ha accettato questa proposta e si è iscritto nuovamente all’Istituto Professionale che aveva abbandonato due anni fa per aiutare la propria famiglia.

Non ho difficoltà ad ammettere di essere rimasto basito ed ho quindi iniziato ad interrogarmi sulle ragioni del fallimento di questa mia iniziativa. Certamente le famiglie hanno un ruolo determinante: l’essere costretti a vivere in una condizione di emergenza economica continua toglie anche ai genitori ogni idea di futuro per cui spesso si incoraggia la scelta del figlio verso un abbandono precoce degli studi per una qualsiasi forma di occupazione.

Prevale anche l’idea che un percorso di studi completo non possa garantire un’occupazione migliore e che alla fine il proprio figlio resterà comunque disoccupato anche se in realtà vi sono non poche scuole professionali che danno buone possibilità di trovare un impiego.

Credo però che un ruolo determinante lo giochi anche l’assenza totale dello Stato che da anni non affronta in modo concreto questo dramma: i giovani hanno la percezione di essere completamente abbandonati a se stessi ed hanno perso ogni prospettiva di futuro e questo è il danno irreparabile che chi governa questo paese ha inflitto a questa generazione.

Non abbandono questo progetto per cui a settembre andrò personalmente a parlare con queste famiglie e chiudo questo post con le parole pronunciate da Malala all’Onu : “..un libro, un bambino ed un insegnante possono cambiare il mondo..”