Mentre il caso Ablyazov approda al Parlamento Europeo, in Italia Dagospia attribuisce il ruolo di stratega dell’operazione all’ex presidente del Senato Renato Schifani, oltre che dell’attuale ministro degli Interni Angelino Alfano, chiamando in causa “la componente siculo-palermitana del Pdl, sopravvissuta (non a caso) a tutte le sconfitte elettorali”. E un’interpellanza parlamentare di Sel chiama invece in causa sospette promozioni di funzionari della Questura di Roma all’indomani della vicenda. Andiamo con ordine. Come raccontato dal sito Dagospia, dietro l’operazione di rimpatrio di Alma Shalabayeva e della piccola Alua, moglie e figlia del dissidente kazako Ablyazov, potrebbe esserci lo zampino dei servizi segreti italiani, che si sarebbero mossi su indicazione dell’ex presidente del Senato in diretto contatto con il Viminale. Senza che gli altri ministeri competenti, quello degli Esteri e quello della Giustizia, fossero informati della cosa.
 
Per questo il termine più indicato per l’intera operazione, non è più quello della semplice espulsione di una clandestina – con tutte le irritualità del caso, tanto che gli avvocati della donna hanno definito il provvedimento “fortemente illegittimo” – ma quello di una extraordinary rendition. Una rendition di una donna e di una bambina di sei anni per compiacere Nazarbayev: il dittatore del Kazakistan amico di Berlusconi che ha utilizzato il ritorno in patria della moglie e della figlia del suo acerrimo nemico Ablyazov come un vero e proprio trofeo per ricattare l’avversario. Dagospia ha raccontato come l’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma avrebbe agito sotto indicazioni del servizio segreto interno (Aisi), alla cui direzione è dal giugno dello scorso anno Arturo Esposito, il cui grande sponsor è stato l’ex presidente del Senato, Renato Schifani. A indicare poi un interessamento nell’operazione di Schifani, sono anche alcune fonti parlamentari che hanno raccontato a ilfattoquotidiano.it come, nella vicenda, il senatore del Pdl Ciro Falanga stia “parlando per voce di Schifani”.
 
Eletto per la prima volta nel 2001 con lista civetta collegata al Polo dal nome “Per l’abolizione dello scorporo e contro i ribaltoni”, Falanga il suo piccolo ribaltone l’ha fatto a fine legislatura (2005) passando con i Repubblicani Europei, tanto da partecipare poi a un vertice sulla legge elettorale con l’Unione di Romano Prodi. Eletto in Senato nel 2013 con il Pdl, Falanga oggi è vicepresidente della Commissione diritti umani. E martedì 9 luglio, sia all’audizione della Commissione con la ong Open Dialogue, sia nella successiva  conferenza stampa convocata dal presidente della commissione Luigi Manconi insieme agli avvocati, Falanga è intervenuto in maniera veemente per difendere l’operato della Questura. “E’ stato istruito da Schifani”, hanno asserito diversi fonti nei corridoi di palazzo Madama.
 
Il caso però non potrà più risolversi tra le mura italiane, eventualmente con il sacrificio del piccolo pesce di turno, perché è oramai internazionale. Nicole Kiil-Nielsen, eurodeputata verde eletta in Francia, il 24 giugno ha sollevato la questione nella sottocommissione Diritti umani del Parlamento Europeo con un’interrogazione urgente. “I ministri italiani devono rispondere ai timori di collusione con il Kazakistan riguardo alla deportazione della moglie e della figlia di 6 anni di un dissidente – dice la nota di Kiil-Nielsen -. Le informazioni che finora abbiamo avuto sono una seria causa di preoccupazione. Il minimo che si possa pensare è che (la questione) riguardi abusi dei diritti fondamentali e del giusto processo che di certo non ci aspettiamo da uno stato membro della Ue come l’Italia”.
 
Intanto in Italia è stata redatta anche un’interpellanza urgente da parte di Arturo Scotto (Sel), nella quale sono state richieste spiegazioni sul perché risulti “che alcuni funzionari della Questura di Roma coinvolti nell’operazione siano in seguito stati promossi a cariche più elevate”. Secondo fonti della Questura di Roma sentite da ilfattoquotidiano.it, tra chi all’interno della stessa avrebbe beneficiato di molti ‘scatti’, promozioni, dopo il rimpatrio di Alma e Alua, sarebbe stato Maurizio Improta. Il direttore dell’Ufficio Immigrazione dal 2012 al 2013 avrebbe fatto un balzo in avanti di 52 posizioni nelle gruaduatorie del Viminale che aprono la strada agli avanzamenti di carriera, passando da 73° a 21°. Se è tutto da dimostrare, e non necessariamente consequenziale, che questi scatti decisi nel consiglio di amministrazione per il personale di polizia del 28 giugno – all’eccezionale presenza del ministro degli Interni Alfano – siano dovuti all’esito della rendition kazaka. Di sicuro il capo dell’Ufficio Immigrazione ha gestito la vicenda in prima persona, firmando le carte di suo pugno. Mentre in cabina di regia qualcun altro elaborava la strategia per consegnare il trofeo nelle mani di Nazarbayev.
 
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