Massimo Ciancimino è stato arrestato su ordine del giudice per le indagini preliminari di Bologna con l’accusa di associazione a delinquere ed evasione fiscale. I pm gli contestano anche l’aggravante di aver favorito la ‘ndrangheta (Ciancimino fu intercettato al telefono con una affiliato di una cosca di Gioia Tauro), ma il gip non l’ha riconosciuta. Ciancimino è stato portato al carcere Pagliarelli di Palermo. Controverso testimone di giustizia il figlio dell’ex sindaco di Palermo è coinvolto ed è stato coinvolto in numerose inchieste. Nel processo, appena iniziato a Palermo, per la trattativa Stato-mafia è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. E’ il testimone che ha dato l’input alle prime indagini sul patto tra istituzioni e Cosa nostra per fermare le stragi mafiose in cambio di un ammorbidimento del 41 bis, il carcere duro.

“Postino” del papello, è anche accusato di aver puntato il dito contro l’ex capo della Polizia sapendolo innocente: almeno uno dei documenti che aveva fornito alla Procura di Palermo è risultato infatti falso e questo gli era costato l’arresto nell’aprile del 2011. Secondo la procura di Palermo e quella di Roma, Massimo è anche l’erede dell’immenso tesoro accumulato da don Vito. Nella sua lunga testimonianza, in cui ha tirato in ballo quasi tutti gli imputati al processo di Palermo sulla trattativa, ha fatto spesso riferimento a un tale “signor Franco” o “Carlo”, un sorta di agente dei servizi di influenza atlantica che per anni avrebbe fatto da tramite tra suo padre e i piani alti dello Stato. Ciancimino è anche imputato per la detenzione di esplosivo che fu trovato sotterrato nel suo giardino della casa. Nell’aprile del 2011 furono scoperti dagli investigatori decine di candelotti di tritolo.

A firmare l’ordine di cattura oggi è stato il gip Bruno Perla, su richiesta della Dda di Bologna – pm Enrico Cieri con la supervisione del procuratore Roberto Alfonso – . Le indagini sono state svolte dalla Guardia di Finanza di Ferrara. L’operazione ha portato all’arresto in totale di tredici persone di cui nove in carcere e quattro ai domiciliari. L’accusa è quella aver organizzato una frode fiscale nel settore della commercializzazione di metalli ferrosi. A Ciancimino vengono contestati reati fiscali riferiti al periodo in cui viveva in Emilia-Romagna, con un’evasione calcolata in circa 30 milioni di euro.

L’inchiesta risale al 2009 ed era incentrata su commercio di materiale ferroso con realtiva evasione dell’Iva, messa in atto inizialmente con una società, la Errelle srl con sede a Reggio Emilia, poi trasferita formalmente a Panama. Ciancimino insieme ad una cinquantatreenne di Sassuolo – per la Procura – sarebbe stato amministratore di fatto delle società e al vertice dell’associazione.Il gip di Bologna non avrebbe ritenuto comunque sussistente l’aggravante dell’avere agevolato la ‘ndrangheta contestata inizialmente dalla Dda di Bologna. L’aggravante traeva origine da alcune intercettazioni tra Ciancimino e Girolamo Strangi, considerato legato alla cosca Piromalli di Gioia Tauro. Nelle conversazioni i due uomini parlavano di affari e giri di denaro.

“Mi preoccupa l’arresto di Massimo Ciancimino” ha detto all’Adnkronos Salvatore Borsellino: “Si tratta di un reato fiscale decidere per l’arresto per un reato del genere in un momento così critico, che è quello dell’inizio del processo per la trattativa tra Stato e mafia, in cui Massimo Ciancimino è testimone, è una cosa che mi lascia da pensare”.

”L’indagine nell’ambito della quale Ciancimino è stato arrestato è del 2009 e il mio cliente ha collaborato con i magistrati all’epoca – ha spiegato l’avvocato Roberto D’Agostino -. Ciancimino non è il titolare delle società finite sotto inchiesta, ma svolgeva semplicemente attività di intermediazione nella vendita dell’acciaio e ha aiutato i magistrati nelle indagini sull’evasione. Originariamente l’indagine era del pm di Ferrara, poi, sulla base di una mera ipotesi dell’esistenza di rapporti con la ‘ndrangheta, è stata trasmessa alla Dda di Bologna che ha fatto la richiesta di misura cautelare al Gip. Il Gip l’ha accolta, ma è caduta l’aggravante mafiosa: per questo il giudice si è spogliato del procedimento che tornerà, per competenza, alla procura di Ferrara che ha 20 giorni per reiterare la richiesta di arresto”.