Una notizia agghiacciante è stata pubblicata qualche giorno fa, eppure non se n’è vista traccia nella discussione politica italiana (ma chi aveva dubbi), troppo impegnata ad autocelebrare le beghe interne come fossero sceneggiatori di una squallida telenovela.

La concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha superato la soglia delle 400 parti per milione (ppm). Se si pensa che nel 1880 era di 295 ppm e nel 1960 di 315 ppm, si può cominciare a percepire l’accelerazione che i cambiamenti climatici stanno subendo negli ultimi decenni.

Il 2012 è stato nuovamente un anno da record con temperature medie più alte mai registrate a memoria d’uomo. Per quanto picchi invernali abbiano potuto mostrare temperature rigide in brevi periodi dell’anno, la media annuale sul pianeta è risultata di 0.8°C più alta dei livelli preindustriali. L’aumento colpisce per la concomitanza con una “Niña” molto accentuata, che usualmente contribuisce a rallentare ciclicamente l’incalzare del riscaldamento globale.

(El Niño e La Niña sono due fenomeni climatici di riferimento, particolarmente utili come indicatori dell’energia accumulata in atmosfera.)

Il limite teorico imposto dalla comunità scientifica dei 2°C di massimo innalzamento della temperatura media globale, al fine di mantenere entro limiti sostenibili l’incidenza degli effetti dei cambiamenti climatici, è sempre più vicino. Il video dei dati raccolti dal GISS (Goddard Institute for Space Studies) della Nasa, vale più di tante nozioni di climatologia e mostra la forte accelerazione che il fenomeno sta subendo.

Smettere oggi di immettere CO2 in atmosfera significherebbe assistere comunque ad un innalzamento della temperatura nei prossimi decenni, ma ogni anno passato a produrre energia da fonti fossili e deforestare il nostro pianeta spinge sempre più a fondo il pedale dell’acceleratore, con conseguenze ogni anno sempre più devastanti. Tra pochi anni, la speranza di poter, prima o poi, frenare quest’auto in corsa verso il baratro potrebbe diventare vana.

Portare testimonianza di un evento così tragico, monito per i governi di tutto il mondo, dimostrerebbe che finalmente abbiamo cominciato a comprendere di essere cittadini dello stesso mondo, non difensori di un territorio.

Ed è proprio nella Difesa che andrei a prendere i fondi da investire in un nuovo modello di sviluppo industriale. Mentre la crisi mondiale ha orientato la discussione internazionale sugli investimenti necessari all’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici, nulla o poco è stato fatto – se non a livello unicamente interno – da parte dei principali emettitori globali di CO2 (Cina, Usa, Europa, India e Russia) per invertire la rotta dei modelli globali di produzione energetica e di consumo negli usi finali, al fine di mitigare tali effetti.

Da anni, in Italia, il dibattito ambientalista è stato relegato a qualche sparuto disegno di legge, per rattoppare l’ennesima falla di una barca ormai in frantumi. Allo stesso modo, a livello internazionale, siamo stesso stati protagonisti di episodi da dimenticare. Forse proprio perché non esistono forze politiche in grado di presentare un solido programma organico di sviluppo sostenibile. Basterebbe smettere di piangere miseria per non poter bloccare l’aumento dell’Iva, quando si spendono 23 miliardi di euro ogni anno di spesa militare, in barba non solo alla nostra tanto preziosa quanto bistrattata Costituzione, ma anche dello stesso buon senso. Se veramente Pd e Pdl sono d’accordo sulla “necessità di intervenire per salvare il Paese“ (che frase inutilmente generica), sarei curioso di sapere per quale motivo non possano esserlo su un taglio netto alle spese militari. Mettere all’opera l’esercito non per sparare ad un bersaglio in un poligono, ma assistendo geologi di tutto il Paese per un censimento dello stato idrogeologico del Paese, così come a tutela delle aree protette, per la ricostruzione delle aree terremotate, per il controllo dei trasporti di rifiuti e degli scarichi industriali.

Invece di comprare F35 e mezzi cingolati, si dovrebbe investire sull’efficienza energetica nell’edilizia e nell’industria e impostare sul serio un piano energetico che porti il Paese a ridurre la sua dipendenza da fonti fossili importate, ma si affidi alla gratuità dell’approvvigionamento rinnovabile, in grado di ridurre e stabilizzare il costo della bolletta, con riflessi positivi anche sul sistema sanitario e sui costi sociali del settore energetico. Creare nuovi posti di lavoro, ridare slancio al settore manifatturiero, particolarmente colpito dalla delocalizzazione, riporterebbe l’economia a girare, impegnando il mondo imprenditoriale ad investire in rinnovamento tecnologico. La riduzione della bolletta nazionale (l’Italia importa oltre l’80% delle sue fonti energetiche contro una media di circa il 50% su base europea) è una priorità da ben prima che Lehman Brothers fallisse. Al solito, la soluzione è sotto i nostri occhi, ben al riparo dalle finestre del Palazzo, ormai sempre più opache dalla polvere che ostruisce le sinapsi della nostra classe politica e dirigenziale.

L’attuale modello di sviluppo, esportato pericolosamente in tutto il mondo attraverso la globalizzazione dei mercati, ha dimostrato clamorosamente la sua insostenibilità, ma – nel nostro Paese – cambiare la rotta adesso appare tanto conveniente quanto impossibile, almeno finché non vi siano persone competenti e con esperienza nelle materie specifiche a gestire la cosa pubblica.

E così, si ricomincia. Altri dibattiti politici, altre discussioni…finché le emergenze di ciascun settore non siano gravi a sufficienza per far accettare qualsiasi decisione presa. Mentre il resto dell’Europa, tranne poche eccezioni, procede verso una direzione sostenibile. Proprio come la rana nella pentola d’acqua che si riscalda lentamente sul fuoco…