I razzisti, diciamolo, sono degli imbecilli. Sono imbecilli e codardi perché non esordiscono mai dicendo “sono un razzista e, dunque, in quanto tale, merito il biasimo della società civile tutta”. Loro fanno giri di parole, si arrampicano su specchi scivolosissimi ma soprattutto usano un linguaggio volgare e sostenuto da un unico obiettivo: incitare all’odio contro altri esseri umani che loro, dal basso della loro scarsa intelligenza considerano inferiori.

La nomina a ministro di Cecile Kyenge, inevitabilmente, in un paese dove l’apologia del fascismo è vietata ma la signora Mussolini siede in Parlamento, ha dato via agli show più vergognosi da parte di individui con i quali, già prima di oggi, facevamo fatica a sentirci connazionali. Non una grande sorpresa, dunque, soprattutto considerando che il livello della politica è sceso talmente in basso che vengono considerati inevitabili, in sedi istituzionali, volgarità urla e insulti. Tutto quello, cioè, che in paesi civili viene guardato, invece, con orrore.

Gli insulti al ministro, tuttavia, sono solo l’espressione più “coreografica”, sebbene insopportabile, di un malessere generale che, inevitabilmente acuisce quel, nemmeno tanto sotterraneo, razzismo che, da tempo, alberga in Italia. I rappresentanti di Forza Nuova, dicono che non “si può obbligare i cittadini ad applaudire ad una società multirazziale” dando per scontato che si possa, invece, obbligare i cittadini a tollerare la loro volgarità in nome di quella libertà di espressione che loro, peraltro, volentieri cancellerebbero.

Quando mio nipote Cristian era più piccolo e lo chiamavano “marocchino” gli insegnai che doveva rispondere, con gentilezza, che lui non era nato in Marocco ma in Colombia. Credo che, in questi anni, abbia imparato a provare una certa pena verso coloro che, di tanto in tanto, lo insultano. La pena che umanamente si sente verso degli stolti irrecuperabili.