Cambiare ‘partigiani’ con ‘esseri umani’ è il modo più subdolo per non offendere (e non onorare) nessuno
di Simone Millimaggi
Negli ultimi giorni, il dibattito pubblico è stato scosso da una scelta terminologica che molti hanno liquidato come una sottigliezza lessicale, ma che nasconde un’insidia profonda. Sostituire il termine “partigiano” con la locuzione asettica “essere umano” — come fatto recentemente da Delia — non è un atto di inclusione, ma un’operazione di chirurgia storica. Spesso, chi solleva un’obiezione su questi slittamenti semantici viene tacciato di essere un esagerato o un pignolo. In realtà, dare il giusto peso alle parole è l’unico modo che ci resta per difendere la realtà dall’annacquamento ideologico. Le parole sono contenitori: se svuoti il contenitore, il contenuto evapora.
La sostituzione di “partigiano” con “essere umano” rappresenta ciò che in filosofia potremmo definire un’astrazione paralizzante. Dire che i partigiani erano “esseri umani” è una tautologia biologica che non spiega nulla, anzi, cancella tutto. Anche i sionisti che oggi bombardano i civili a Gaza o i carnefici nazisti di ieri sono, biologicamente, “esseri umani”. Se riduciamo tutto all’appartenenza alla specie, annulliamo la scelta morale.
Il “partigiano” non è un’identità biologica, è un’identità politica e volitiva. È colui che, in un momento di buio, decide di prendere posizione. Il termine deriva da “parte”. Sostituirlo con “essere umano” significa compiere un’operazione di neutralizzazione del politico. Si vuole eliminare il conflitto e la responsabilità, trasformando un atto eroico di rottura in un vago e rassicurante sentimento umanitario.
Qui emerge la contraddizione in termini più violenta, specialmente alla luce delle dichiarazioni successive di Delia, secondo cui la parola partigiano sarebbe “divisiva“. Si tratta di un paradosso logico: il partigiano deve essere divisivo. La sua stessa esistenza storica è fondata sulla divisione tra chi ha scelto la dignità e chi la barbarie. Definire “divisivo” ciò che è “costituente” della nostra libertà è un tentativo goffo di riconciliare l’inconciliabile.
Dobbiamo chiederci allora a chi giovi questa pacificazione forzata. Chiamare i partigiani “esseri umani” è il modo più subdolo per non offendere nessuno e, di conseguenza, per non onorare nessuno. È la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere. Se siamo tutti umani, allora nessuno è davvero colpevole e nessuno è davvero liberatore. Se togliamo il nome alla lotta, la lotta non è mai avvenuta.
Non è una questione di cattiveria o di ottusità, come vorrebbe chi tenta di patologizzare il dissenso. Al contrario, è una questione di igiene intellettuale. Non possiamo accettare che la storia venga trasformata in una melassa asettica dove il carnefice e la vittima siedono sullo stesso piano biologico. Perdere il nome “partigiano” significa perdere la bussola etica che ha fondato la nostra Repubblica.