Brigata ebraica, qualche motivo di perplessità in più
Ci sono delle ragioni comprensibili di disappunto se non di aperto scontro per la presenza dei simboli della Brigata ebraica alla manifestazione del 25 aprile. Come ha infatti riconosciuto (tra i tanti) la storica Anna Foa, un conto è portare in piazza lo stemma della Brigata, un altro è accompagnarlo con le bandiere di Israele. E non c’è rischio di sbagliarsi: la prima ha la stella di David in mezzo a due strisce verticali, la seconda porta lo stesso simbolo, il Maghen David, ma tra due strisce orizzontali. Pur non volendo identificare tout court Israele con Netanyahu e con il suo governo – benché sia oggetto di discussione il supporto che Bibi e i suoi hanno sia in patria che nell’ebraismo della diaspora – è evidente che in questo momento, quelle bandiere in quel contesto sono un pugno nello stomaco.
Una manifestazione che celebra la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo può permettere che sfilino persone, che provocatoriamente o meno, associano la Brigata dell’esercito britannico che combatté in Italia allo Stato di Israele? Non voglio qui discutere dei metodi utilizzati dai manifestanti, che sono andati dalla legittima protesta a gesti gravi e certo non condivisibili. Quello che voglio dire è che la rabbia dei manifestanti è più che legittima, e che non c’entra l’essere ebrei, come ha detto Matteo Renzi (il quale a Otto e mezzo ha affermato “Quando trovo qualcuno che dice che gli ebrei non possono festeggiare il 25 aprile, quello è un cretino”). Ma occorre aggiungere qualche motivo di perplessità rispetto all’uso strumentale della Brigata.
Mi pare infatti che la stampa italiana abbia trascurato completamente alcune rivelazioni emerse nel corso di quest’anno a proposito della condotta dell’esercito israeliano durante la Nakba e che si collegano proprio alla Brigata ebraica.
Nel 2024 è stato infatti ritrovato un archivio contenente documenti di vario genere, alcuni per esempio relativi al Massacro di Hula e al processo a Shmuel Lahis, principale responsabile dell’eccidio. Tra le testimonianze più scioccanti, quella di Mordechai Makleff. Makleff, poi terzo capo di stato maggiore dell’IDF, disse al processo: “Ci furono operazioni in cui il potenziale nemico, ovvero i civili, fu annientato. […] L’intenzione era quella di espellerli. È impossibile espellere 114.000 persone che vivevano [in Galilea] senza ricorrere al terrore. Ci deve essere stato un elemento di terrore iniziale affinché se ne andassero”. Ora, Makleff era membro della Brigata ebraica. Egli non solo riconobbe genericamente la politica di massacro ed espulsione degli arabi durante la sua testimonianza al processo contro Lahis (poi amnistiato), ma partecipò per esempio alla rappresaglia denominata ‘Operazione Shoshana’ che nel 1953 sterminò 60 civili palestinesi; così come aveva partecipato alla battaglia per la dearabizzazione di Haifa come comandante della Brigata Carmeli. Cose, queste ultime, note.
Assieme a Makleff è stata rinvenuta la testimonianza di un altro capo della Carmeli, Maxim Cohen, che spiegava come espellere un intero villaggio: “Basta tagliare l’orecchio a uno degli arabi sotto gli occhi di tutti, e scapperanno”. Come aveva scritto Ilan Pappé nel suo La pulizia etnica della Palestina, “Makleff orchestrò la campagna di epurazione e gli ordini che diede alle sue truppe erano chiari e semplici: «Uccidete ogni arabo che incontrate, bruciate ogni oggetto infiammabile e buttate giù le porte delle case con l’esplosivo»”. Sostiene il Centro studi nazionale Brigata ebraica che “l’esperienza militare conseguita dagli uomini della Brigata Ebraica si rivelò estremamente formativa e fu determinante per le sorti della guerra di Indipendenza dello Stato di Israele, tant’è che furono proprio due reduci della campagna d’Italia, i brigadieri Mordechai Markleff e Haim Laskov, a ricoprire il ruolo di Capo di Stato Maggiore del neonato esercito nazionale”.
Ecco: se, come sostiene Stefano Levi della Torre, “La brigata ebbe meriti a suo tempo”, molte nubi si addensano su alcuni suoi membri, e si proiettano sull’oggi, proprio mentre – a quanto si legge – l’attentatore di Roma, membro della comunità ebraica, si dichiara (smentito) appartenente alla Brigata.