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Dal caso Delia al femminismo: quando ‘includere’ significa cancellare parole e memoria storica

Essere giovani, soprattutto quando si può parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole
Dal caso Delia al femminismo: quando ‘includere’ significa cancellare parole e memoria storica
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I fatti sono noti: dal palco del primo maggio romano, la cantante Delia sostituisce la parola partigiano della famosa Bella ciao in essere umano. Bufera social, la cantante motiva la sua decisione come personale e artistica: “Non è non prendere posizione, ma allargare il messaggio”, dichiara.

Le arti, per loro natura e per convenzione, sono creativamente preposte per andare controcorrente, anche con modi, tempi e tecniche disturbanti: l’emozione, persino negativa nel suo impatto iniziale, è spesso utile per spingerci singolarmente e collettivamente verso l’eventuale acquisizione di sguardi diversi. Questi sguardi non sempre sono condivisibili, ma nella provocazione c’è un vantaggio: il fastidio e, al contrario, il sollievo che proviamo nell’impatto con l’urto della proposta inaspettata servono per asseverare la nostra visione, o per aiutare a farci cambiare prospettiva.

Nella scelta della cantante di modificare la parola chiave della canzone c’è una analogia con ciò che accade ormai da tempo a sinistra e in parte del femminismo: invece che discutere apertamente, e confliggere generativamente su cosa implichi cancellare le parole, o modificarle per (presuntamente) includere soggetti e situazioni, si operano in fretta e con leggerezza delle rimozioni, dando a questo processo il nome di inclusione. E’ successo per la parola donna, ovvero la definizione che coinvolge oltre la metà di chi abita il pianeta: siccome c’è grande confusione tra le categorie del sesso (i corpi reali), dell’orientamento (la preferenza sessuale) e del genere (le convenzioni e gli stereotipi sociali legati al sesso) parte del femminismo che ha messo ‘trans’ dinnanzi ha decretato che fosse il momento di eliminare la parola per parlare di persone che mestruano, persone con utero e via dicendo.

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai la lettera aperta scritta dalla rete Dichiariamo che invitava il movimento delle donne a fare attenzione alle conseguenze della retorica sull’inclusione: “E una bella parola – scrivevano – Sembra aprire nuovi orizzonti di uguaglianza e amicizia, ma purtroppo le sue conseguenze non sono sempre così positive. Le soggettività hanno bisogno di spazi autonomi. Nel 2023, in nome dell’inclusione, associazioni femminili come Udi e ArciLesbica sono state messe di fronte a una scelta obbligata: o permettere l’iscrizione anche agli uomini, o non essere iscritte come associazioni di promozione sociale del Runts (registro unico nazionale del terzo settore) e declassate in una sezione diversa. Ecco cosa fa l’inclusione: per difendere il diritto di ‘tutti’ (leggi: degli uomini) a partecipare a tutto, si discriminano le donne, il nostro diritto di associazione, riunione, espressione”.

E’ lo stesso ragionamento sotteso alla scelta di Delia: partigiano non va bene perché significa ‘essere di parte’, quindi è escludente.

Ma come insegnava Lidia Menapace si è lottato contro il fascismo e la difesa della democrazia stando da una parte: lo hanno fatto uomini e donne comuniste, socialiste, cattoliche, atee, colte, analfabete, abbienti, molto povere, con storie familiari lontanissime e visioni spesso divergenti. Partigiana o partigiano lo si è per sempre, diceva, è una scelta che segna e distingue.

Chi oggi propone, per allargare il messaggio, di cancellare alcune parole (non a caso donna, o partigiano) nei fatti opera una rimozione violenta della realtà dei corpi (nel caso di donna) e della storia (nel caso di partigiano). Mette a rischio la trasmissione della memoria, indispensabile per la costruzione del futuro collettivo e individuale.

Essere giovani, soprattutto quando si ha la possibilità di parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole, in buona o cattiva fede poco importa, perché gli effetti sono molto pericolosi. Non c’è solo il sacrosanto obbligo delle generazioni più adulte di trasmettere i saperi democratici e il pensiero critico: anche essere nipoti comporta responsabilità. Quella dell’ascolto, certo sempre critico, senza il quale però non si può cambiare il mondo, lo si peggiora. Le strade sicure che nonna e nonno hanno costruito con fatica vanno percorse, custodite, abbellite, allargate: non calpestate e vandalizzate.

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