La sua ultima vittoria all’attacco fu alle Politiche del ‘92, quando a Roma prese più voti dello “squalo” andreottiano Vittorio Sbardella. Da allora si è chiuso in difesa. Ha difeso Marcello Dell’Utri in nome dei tre gradi di giudizio, Clemente Mastella e Francesco Rutelli che andarono al Gran premio di Monza con il volo di Stato (“non vedo lo scandalo”). Quando i senatori berlusconiani festeggiarono la caduta di Romano Prodi mangiando mortadella in aula, si limitò a un paterno “non siamo all’osteria”. E quando gli stessi berluscones insultavano i senatori a vita, lui la metteva giù dura: “Comportamenti che fanno riflettere”. Franco Marini ha compiuto la settimana scorsa 80 anni e si prepara all’ultimo tentativo di coronare una carriera tutta nel nome della prudenza, dell’equidistanza, del buon vicinato, sempre in nome di una saggezza popolare della quale si ritiene magistrale profeta.

Abruzzese, laureato in Giurisprudenza, allievo e protetto del fondatore della Cisl Giulio Pastore, arriva al vertice del sindacato cattolico nel 1985, chiudendo la parentesi “operaista” di Pierre Carniti. Il suo quindicennio definisce in modo indelebile la natura della Cisl di sindacato radicato più che altro nel pubblico impiego, la categoria dove è cresciuto e nella quale cresce il suo delfino Sergio D’Antoni. È tanto vicino al mondo del lavoro che nel 1991 diventa ministro del Lavoro nel governo Andreotti detto del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). È l’estrema formula politica della Prima Repubblica, che sarà travolta dall’inchiesta Mani pulite. Marini è uno dei pochi di quella stagione a restare a galla. Ha ereditato da Carlo Donat Cattin la corrente Forze Nuove, ha dalla sua i numeri e la forza organizzativa della Cisl. Alle Politiche del ‘92 sfida a Roma Sbardella e lo sbaraglia con oltre 300 mila preferenze personali. Gli andreottiani lo accusano di aver militarizzato il voto cislino (a Roma come è noto il pubblico impiego non manca), ma i suoi uomini fanno spallucce: “La verità è che molti andreottiani in libera uscita hanno votato per noi”. Arriva l’onesto Mino Martinazzoli a rianimare la Dc morente, e lui è lì, segretario organizzativo.

Nel ‘97 è segretario del partito, che nel frattempo ha cambiato nome. Quando cade il governo dell’Ulivo di Romano Prodi, autunno 1998, è pronto a fare l’accordo con Massimo D’Alema per fare il nuovo governo con le truppe cossighiane. In cambio ottiene la promessa del Quirinale. Ma sei mesi dopo Walter Veltroni inventa la candidatura di Carlo Azeglio Ciampi, e lo fa secco. Vuoi mettere il sindacalista dc forte alle Poste con il banchiere antifascista rispettato in tutto il mondo? Marini la prende malissimo. “So che è ancora arrabbiato”, ammetterà D’Alema due anni dopo.

Ma Marini non è uomo che si arrende, la sua rivendicata natura di abruzzese tosto prevale sempre. Ostacola l’ulivismo di Romano Prodi, ma sempre dietro le quinte, perché rivendica di essere un padre del bipolarismo. Quando nasce la Margherita si piazza nuovamente alla segretaria organizzativa, la sua passione. Nel 2006 agguanta la presidenza del Senato, è una delle legislature più brevi della storia repubblicana, quella con il governo Prodi sempre in bilico perché non ha abbastanza voti proprio a Palazzo Madama. Serafico, Marini lascia che il Pdl, guidato in aula da Renato Schifani, trasformi il Senato in un bivacco.

Adesso il suo nome torna a galla perché, se serve al Quirinale un uomo che non disturbi le larghe intese con Berlusconi, la sua biografia certifica che è lui la persona giusta. Che non disturba e non chiede, a parte aver preteso e ottenuto la deroga per ricandidarsi dopo 21 anni in Parlamento. In Abruzzo con la sua popolarità e il radicamento in quel fiero popolo ha guidato il Pd alla sconfitta, ed è rimasto trombato. Ma anche questo lo rende adatto al momento politico, al contrario di quanto sostenuto da Matteo Renzi e altri innovatori giovani e ignari.

Twitter: @giorgiomeletti

il Fatto Quotidiano, 18 Aprile 2013