Il Generale Massimo, citazione dal Gladiatore un tempo usata per D’Alema, è tornato. Il suo nome rimbalza da un deputato all’altro e lucra sui mal di pancia, tantissimi, del Pd verso Giuliano Amato. E così in caso di eventuale accordo con il diavolo berlusconiano i nomi forti del centrosinistra salgono a due: D’Alema e Amato, appunto.

NELLE STESSE ORE in cui il segretario democrat incontra altri tre papabili della fatidica rosa del mistero (Finocchiaro, Marini, Violante) e dà mandato ai suoi sherpa di organizzare il secondo a faccia a faccia con B, i giovani turchi ex bersaniani e alcuni ex dc, Beppe Fioroni tanto per citarne uno, riscoprono il gelido carisma dalemiano. Anche perché come racconta un senatore del Pd a microfoni spenti, che non crede o non vuole credere all’apertura di un canale con i grillini, il “fatto nuovo” della giornata è questo: “L’incontro tra Berlusconi e Renzi rivela che il vero candidato del sindaco di Firenze è Amato e questo a Bersani non sta bene”.

Il “fatto nuovo” conferma che la progressiva implosione del Pd è il vero problema nella ricerca del candidato unico (un nome esterno per sparigliare) oppure dei nomi da inserire nella rosa per la “più larga condivisione”. Ed è per questo che ufficialmente che sono tutti ancora in ballo. Ognuno di loro asseconda una corrente e una visione: oltre ad Amato e D’Alema, Violante e Marini, la Finocchiaro e Prodi con l’incognita Rodotà. Solo che stavolta, a differenza di sette anni fa, D’Alema non è il favorito numero uno. Ruolo che tocca invece al “dottor Sottile”, nomignolo storico dell’ex craxiano Amato. Ieri in Transatlantico si notava una singolare coincidenza: nel 2006 l’allora segretario Ds lanciò D’Alema per il Quirinale con una pasticciata e surreale lettera al Foglio. Ieri è toccato a due grandi vecchi vicinissimi, se non organici a Napolitano, Emanuele Macaluso e Rino Formica, fare un appello per Amato dalle colonne del quotidiano di Giuliano Ferrara.

In pratica, ad Amato toccherebbe la parte che fu di D’Alema nel 2006 e a quest’ultimo quella, vittoriosa, di Giorgio Napolitano. L’ex premier postcomunista, infatti, non è spendibile solo per un’intesa preliminare con B. ma anche qualora il centrosinistra dovesse andare per la sua strada dal quarto scrutinio in poi, incassando persino il sostegno dei renziani che lo hanno rottamato. Lui, D’Alema, nel frattempo ha deciso di non farsi vedere e di mantenere un profilo bassissimo: la Velina Rossa di Pasqualino Laurito annuncia che andrà in Cina nei prossimi giorni. Anche Prodi non sarà in Italia, ma in Africa. Che succederà in caso di elezione: saranno richiamati in fretta e furia dall’estero?

I GRUPPI parlamentari del Pd decideranno stasera, in una riunione convocata per le venti in un teatro romano, cosa fare nella prima giornata di votazioni, prevista per domani. Al momento lo stallo e la confusione, compreso l’identikit del nome coperto, vengono fotografati così da un bersaniano ortodosso: “Non c’è un accordo. I nomi fatti sono tutti candidabili ma non sono maturate le condizioni per una larga condivisione. Grillo vuole la Gabanelli o Rodotà, Berlusconi chiede in cambio il governissimo”.

In pratica l’unico candidato che sembra profilarsi è la scheda bianca nei primi tre scrutini. Anche se per molti parlamentari democrat oggi sarà il giorno decisivo per la svolta. Rosa o nome secco? In direzione grillina o berlusconiana? Alle sette di ieri sera, su un divanetto del Transatlantico, erano seduti tre deputati del Pd: un filogrillino, un giovane turco, un dalemiano. Questa la sintesi del loro colloquio: “Se Bersani rinvia a giovedì la riunione di mercoledì sera gli facciamo il mazzo. Qui nessuno di noi sta capendo più niente”. Sui loro volti, anche un timore: quella che su Amato si sta registrando una convergenza troppo forte, da Napolitano a Renzi, da Berlusconi all’Europa. E a quel punto spazio alla vendetta dei franchi tiratori. Qualcuno giura che sarà un’elezione velocissima, in realtà potrebbe essere un tormentone lunghissimo.

da il Fatto Quotidiano del 17 aprile 2013