Il momento a lungo atteso, sperato, temuto è infine arrivato. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha iniziato a valutare due casi che potrebbero cambiare la vita di milioni di gay e lesbiche americane, e più in generale la sorte dei diritti omosessuali negli Stati Uniti. Nel caso United States versus Windsor, i nove giudici della Corte dovranno decidere se il “Defense of Marriage Act”, la legge federale che definisce il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna, violi i diritti costituzionali delle coppie omosessuali. Nell’altro caso, Hollingsworth versus Perry, toccherà dare un giudizio sulla Proposition 8, il bando alle nozze gay passato in California nel 2008.

Le decisioni della Corte, attese per giugno, mettono ovviamente in moto tante cose: i sentimenti privati di milioni di persone omosessuali e delle loro famiglie; la riflessione sulla Costituzione e sui diritti da essa protetti; le strategie politiche e di potere di gruppi e partiti, con l’amministrazione Obama schierata per il riconoscimento dei matrimoni gay e gran parte dei settori conservatori e religiosi che li considerano distruttivi del tessuto sociale. La sensazione di molti, politici, analisti, semplici cittadini, è che l’America si trovi oggi a una svolta importante della sua storia, come successo con la Brown versus Education, la sentenza che diede un colpo alla segregazione razziale, o con la Roe versus Wade, quella che legalizzò l’aborto. Si tratta, questa volta, di cancellare l’ultima barriera legale posta a un gruppo di cittadini non sulla base del colore della loro pelle o delle convinzioni religiose, ma a causa del loro orientamento affettivo e sessuale.

Il misto di sentimenti, pregiudizi, tradizioni familiari e storiche, idee e aspirazioni che coglie in questo momento molti americani riguarda ovviamente anche i nove giudici della Corte, figure generalmente circondate da un alone di rispetto e riserbo, restii a dare interviste o a esprimere troppo pubblicamente le loro opinioni; custodi, almeno formalmente, dell’indipendenza del potere giudiziario e della supremazia della legge. E’ però un fatto che le due sentenze sui matrimoni gay presentano, anche per i giudici, un risvolto personale ed emotivo che poche altre sentenze della recente storia americana hanno avuto. Sugli orientamenti dei quattro giudici “liberal” – Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Sonya Sotomayor ed Elena Kagan – sembrano esserci pochi dubbi. Il loro voto dovrebbe andare compattamente a favore del sì alle nozze gay. Ben più incerto, e umanamente combattuto, appare invece il pronunciamento dei quattro giudici conservatori e del giudice “centrista”, Anthony Kennedy, da cui potrebbe dipendere l’esito finale.

Prendiamo per esempio il presidente della Corte, John Roberts, 58 anni, nominato da George W. Bush nel 2005 per ridefinire in senso conservatore la legislazione e la società americane. Dopo aver offerto ai suoi sponsor politici una serie di importanti soddisfazioni – su guerra al terrorismo, finanziamento alla politica, poteri di polizia – Roberts li ha delusi votando per la costituzionalità della riforma sanitaria di Barack Obama. Nel caso delle nozze gay, il presidente della Corte si trova in una situazione particolarmente delicata. Tra il pubblico, a seguire le udienze, ci sarà la cugina 48enne di Roberts, Jean Podrasky, insieme alla sua fidanzata (che Jean spera di sposare presto). La Podrasky, interpellata sul cugino, ha detto: “E’ un uomo intelligente. E’ un brav’uomo. Soprattutto, è capace di vedere dove va l’onda”, un’allusione alle capacità “politiche” e pragmatiche del cugino. Su Roberto sono comunque centrati gli occhi di molti. Potrebbe, per lui, valere lo stesso meccanismo già sperimentato da Rob Portman, il senatore repubblicano diventato sponsor delle nozze gay dopo la scoperta dell’omosessualità del figlio. Difficile, dicono alcuni, disconoscere l’umanità di qualcuno che si conosce e ama.

Chi invece proprio non è capace di “seguire l’onda” è un altro giudice conservatore della Corte, Antonin Scalia, 77enne figlio di immigrati siciliani, nominato al suo seggio da Ronald Reagan e noto per le posizioni apertamente reazionarie. L’ego e l’intemperanza di Scalia hanno più volte, negli ultimi anni, messo in imbarazzo i suoi stessi sostenitori. Si ricorda per esempio quando, nel 2004, andò a caccia con Dick Cheney, dovendo peraltro giudicare la task force sull’energia messa in piedi dal vicepresidente. Scalia, nel corso del tempo, ha più volte espresso tutto il suo disgusto per le nozze, e più in generale, per i diritti gay. Ha votato perché la sodomia restasse fuori legge in Texas, e l’ha equiparata alla “animalità”. Sull’omosessualità, ha detto: “Se non possiamo avere un sentimento di riprovazione morale contro l’omosessualità, possiamo averlo contro l’omicidio?”

Ora molti si chiedono se Scalia, durante le audizioni della Corte, sarà capace di trattenersi o si lascerà andare ai suoi celebri show giudiziari. L’ostinato impeto reazionario del vecchio giudice potrebbe risultare controproducente per le stesse posizioni anti-nozze gay, rivelandone il carattere smaccatamente fuori tempo. La riprova di ciò si è avuta lo scorso dicembre, quando Scalia all’università di Princeton ha di nuovo rilanciato il parallelo tra omicidio e omosessualità ed è stato criticato da uno studente gay diciottenne, che tra gli applausi dei presenti ha definito le posizioni di Scalia “una riduzione all’assurdo”.

Restano i dubbi e le angosce personali di Anthony Kennedy, tradizionalmente lo swing vote della Corte, il voto che ha fatto pendere le decisioni da una parte piuttosto che dall’altra. Come Scalia, anche Kennedy è un cattolico conservatore. Ma, a differenza di Scalia, Kennedy ha più volte nel passato mostrato un lato di forte e umana partecipazione alla lotta per i diritti gay. Giustificando la sua opposizione alla criminalizzazione della sodomia, Kennedy scrisse che “la libertà garantita dalla Costituzione dà alle persone omosessuali il diritto di fare questa scelta nel privato delle loro case”. E’ su questo giudice quasi ottantenne che i gruppi gay e lesbici ripongono dunque molte delle loro speranze legali e giudiziarie. Quelle sociali, di “mentalità”, appaiono del resto ampiamente assicurate. Il 70% di chi in America ha oggi meno di 32 anni è favorevole ai matrimoni gay. La decisione della Corte è quindi fondamentale, ma non decisiva. I nove giudici non faranno altro che accelerare, o rallentare, qualcosa che è inevitabilmente già iscritto nel futuro degli Stati Uniti.