“Quando sono tornato a casa ho visto negli occhi di mia moglie la stessa paura che avevo visto ai tempi del maxiprocesso, quando mi raccontò che avevano citofonato a casa dicendo: ‘I figli si sa quando escono, ma non si sa quando tornano'”. Comincia così l’intervista di Pietro Grasso a PiazzaPulita, ottenuta dal neopresidente del Senato dopo lo scontro telefonico con Marco Travaglio a Servizio pubblico di giovedì scorso. Comincia con un paragone sconcertante tra il vicedirettore del Fatto Quotidiano e l’ignoto picciotto che alla vigilia del maxiprocesso a Cosa nostra recapitava terribili minacce mafiose alla famiglia dell’allora giudice Grasso. 

Al conduttore Corrado Formigli che chiede se non sia normale finire sotto la lente quando si ha una carica pubblica, il presidente del Senato dice: “Sentendo le parole di Travaglio ho capito che quello era l’inizio di qualcosa che sarebbe continuato. Venivano strumentalizzate cose passate della mia carriera per attaccare il presidente del Senato, utilizzando tutto quello che da una vita mi sono sentito contestare”, ha aggiunto. “Io non ho mai reagito perché ho sempre voluto tenere unita la magistratura. Per me era quasi doveroso sopportare tutto senza reagire, non ho mai minacciato una querela, ma una cosa è la libertà di critica, un’altra è una comunicazione che non informa e sporca soltanto”, ha concluso il presidente del Senato.

“Effettivamente – ha aggiunto Grasso – parecchie persone mihanno chiesto perché ho telefonato in trasmissione, perché ho chiesto un confronto tv, ma chi ha la coscienza pulita non ha nulla da temere… e poi in Senato ho parlato di casa trasparente e invece la mia nuova carica veniva sporcata, opacizzata da queste parole così difficili da contrastare per la loro genericità”.

Dopo l’apertura sulle critiche, Grasso si dedica alla “difesa” dalle critiche mosse dallo stesso Travaglio. Per interposta persona, in realtà, perché di fatto, assente il giornalista dallo studio, è Corrado Formigli a impersonare l’accusa. Il vicedirettore del Fatto Quotidiano, per parte sua, annuncia che la sua versione la darà giovedì sera, a Servizio Pubblico. Dove sicuramente Grasso non andrà, come lui stesso dice: “Questa è stata un’occasione unica”. Il risultato finale è che diverse risposte di Grasso risultano incomplete o riduttive rispetto agli episodi più controversi della sua carriera giudiziaria, dal processo Andreotti all’ascesa al vertice della Direzione nazionale antimafia mentre il concorrente Gian Carlo Caselli veniva messo fuori gioco da una legge contra personam del centrodestra. 

Nel merito, ecco ciò che il neo-presidente del Senato dice sulla vicenda della mancata firma all’appello del processo Andreotti: “Io ero stato testimone in quel processo. Ero stato sentito in istruttoria proprio da Scarpinato ed essendo diventato testimone la mia firma sull’appello avrebbe impedito la chiamata come testimone nel successivo grado di giudizio. E’ solo per questo che ho deciso di non firmare – insiste Grasso – e comunque andai con i colleghi di Palermo e misi la mia faccia su questa sentenza”. In realtà, gli ha fatto notare Formigli, Grasso aveva opposto ai colleghi argomentazioni ben più di sostanza in un’intervista a La Stampa il 21 novembre 1999, dopo l’assoluzione in primo grado di Andreotti, significativamente intitolata: “Abolire il secondo grado di giudizio, basta con i processi che non finiscono più”. Dove l’allora procuratore di Palermo metteva in guardia dai “processi inutili” che si “risolvono in clamorose assoluzioni”. 

Altro punto dolente, la nomina a procuratore nazionale antimafia ottenuta mentre il centrodestra bloccava Caselli con ben tre norme mirate che giocavano sui limiti di età per gli incarichi direttivi, con l’obiettivo dichiarato di “punire” l’ex procuratore di Palermo che aveva fatto mandare a giudizio Andreotti. “C’è stato un momento in cui il Csm avrebbe potuto deliberare sulla nomina del procuratore nazionale antimafia” prima che la “legge ‘anti-Caselli’ entrasse in vigore”, ha spiegato Grasso a ‘Piazza Pulita. Anche in questo caso, nessuno ha mai contestato a Grasso di aver preso parte alla “congiura”, ma di averne beneficiato nonostante lo scandalo delle legge “contra personam” che di fatto invadevano un campo – quello delle carriere dei magistrati – che la Costituzione riserva al Csm. “Non so chi avrebbe vinto – ha commentato infatti Caselli – io so solo che quella legge contro di me fu dichiarata incostituzionale, ma intanto i giochi erano fatti”.

Altra questione è la sostituzione dei procuratori aggiunti dell’antimafia: “A tagliarli fuori è stato il Csm quando ha stabilito che i magistrati in antimafia, aggiunti, dopo 8 anni avrebbero dovuto lasciare l’incarico. Io andai a perorare la loro causa chiedendo la proroga almeno fino a 10 anni. Ma il Csm fece una delibera inderogabile e non ci fu niente da fare. La sostituzione di Scarpinato, LoForte e Pignatone è avvenuta per una passaggio necessario – aggiunge Grasso – ma loro continuavano a partecipare a tutte le riunioni dell’Antimafia”. “Era necessario per me continuare ad avere la loro esperienza”, osserva il presidente del Senato ex capo dell’Antimafia.