Sono passate due settimane dalle elezioni e molti ancora non ci hanno capito niente. Quindi.

Meteoriti prevedibilissimi. Ogni giorno si assiste agli sbrodolamenti di giovani immaginarie e tromboni noti. “Non ce lo aspettavamo, abbiamo sottovalutato la Rete, era imprevedibile tutto questo”. Parlate per voi. Era imprevedibile per chi vive su Marte. Non avere il polso del paese, per un politico o un giornalista, è come sbagliare diagnosi per un dottore. Il successo del Movimento 5 Stelle era la cosa più prevedibile del mondo. Sveglia.

Autoreferenzialità (1). Non stupisce che gli attacchi più forti arrivino dal Gruppo Espresso. Sempre stato così. Ricordo la nascita del blog di Beppe Grillo (inizio 2005). Ero freelance. Vedevo – per i fatti miei – ogni spettacolo di Grillo. Mi affascinava quella sensazione di “appartenenza & svelamento” che generavano i suoi spettacoli nei Palazzetti. Era bello. La stampa – quasi tutta – lo aveva dimenticato. Proposi un’intervista a Grillo all’Espresso. Lo raccontavo anche nel mio libro del 2008. Wlodek Goldkorn, capocultura e amico storico di Gad Lerner, mi disse: “Grillo? E perché intervistarlo? Fa ancora qualcosa? E’ ancora vivo?”. Ecco: buona parte dell’intellighenzia italica è ancora rimasta a quel “è ancora vivo?”.

Autoreferenzialità (2). Perché, ogni volta, il centrosinistra (e house organ relativi) si stupiscono dei risultati elettorali? Perché se la cantano e se la suonano. Non guardano le piazze, non parlano con la gente. Comunicano unicamente con i loro simili. Dialogo tipo. Ezio Mauro (a Scalfari): “Ehi, secondo me Berlusconi è finito”. Scalfari (a Mauro): “Anche secondo me. E pure Grillo è un populismo lungi dall’attecchire in un paese che ha compreso il senso dello Stato di Bersani e i sacrifici necessari di Monti”. Mauro (alla redazione): “Ho sondato il paese: Berlusconi è finito e Grillo in calo. Brindiamo”. Poi escono dal Matrix-de-sinistra e gli arriva il treno in faccia. Ogni volta.

Purezza. Beppe Grillo ha vinto. Anche troppo. Con il centrosinistra maggioritario anche al Senato sarebbe stato più sereno. Invece, così facendo, deve esporsi. Marco Travaglio ha spiegato perché gli 8 punti del Pd erano per lui irricevibili. Concordo, anche se sarei stato possibilista su un governo a tempo, tipo legge elettorale e via di nuovo al voto. Questo “no a prescindere” rafforza (l’ho già scritto, lo so) lo stereotipo del grillino che sa solo criticare e sembra una gara a chi vince il Premio Duro & Puro. Il Movimento 5 Stelle sta rispettando il suo programma, quindi nulla da dire sulla forma, ma politica è anche percepire l’emergenza – e la specificità – di un dato momento storico.

Giornalismo e dinosauri. Sin dal primo V-Day (8 settembre 2007), la stampa ha sempre cercato di incolpare Grillo di qualsiasi reato. Lo hanno accusato di tutto, ora inventando e ora manipolando (vedi anche i casi recenti di Focus e Time). Grillo sbaglia nel generalizzare, ma ha buon gioco nel dire che la stampa estera è migliore della nostra. Più lo attaccano male, più lo rafforzano. Più ne inventano le colpe, più si autoestinguono. Il giornalista è il nuovo dinosauro, e la sua glaciazione si chiama Rete (come ha detto Giulio Anselmi). O impara un nuovo linguaggio, o è destinato a morire. Grillo e M5S accelerano questo processo di decomposizione: se vince Grillo, muore quasi tutto il circo mediatico che ha contribuito (con lodevoli eccezioni) alla devastazione attuale.

Costa Rica. L’Espresso voleva provocare un terremoto ma ha emesso un ruttino. L’inchiesta è più che legittima e minuziosa, ma è un fare le pulci cercando un tumore e trovando giusto qualche pidocchio. L’Espresso ha – nell’ordine – a) fatto giornalismo, b) fatto campagna elettorale a Bersani, c) spammato il mondo intero, con mail a grappolo, pur di diffondere il messaggio del “Grillo evasore ed elusore”. Obiettivo mancato (ma ritenteranno).

Pulci. Dove sbaglia Grillo, è (anche) in questo non-rispondere. O rispondere poco. L’articolo di Stefano Feltri è in questo senso impeccabile. Il giornalismo deve fare le pulci a tutti. Oltretutto queste son pulci da quasi nulla: rispondi, Grillo, e poche lagne.

Cappellai matti. I 5 stelle vanno in tivù ma non nei talkshow. Comprensibile. Se però, quando vanno in tivù, devono fare come Bonafede a Otto e mezzo o il Cappellaio Matto (chi?) a In onda, ecco, possono non andarci. Ogni volta che parlano, tra slogan acerbi e generalizzazioni sconfortanti, si alimenta l’immagine del 5Stelle avulso dal reale e drammaticamente impreparato. Se il Cappellaio Matto va in tivù altre tre volte, Grillo scende al 7%.

Cento per cento. “Quando arriveremo al 100% ci scioglieremo” non è una minaccia di dittatura (quante bischerate che tocca leggere). E’ un’utopia di Grillo e Casaleggio. Ovvero: “Quando riusciremo a sostituire tutti i politici di professione con i cittadini comuni, avremo vinto e non ci sarà più bisogno di noi”. Una sorta di palingenesi definitiva. Certo nessuno può far peggio delle Gelmini o dei Boccia. Ma anche la politica è un mestiere (“come un altro”, cantava Gaber: poi ci arrivo) e come tutti i mestieri va imparato. La risposta a una Casta incancrenita non può essere il dilettantismo più sfrenato. Nei Comuni e nelle Regioni il M5S sta bene operando. E’ auspicio che ciò avvenga anche in Parlamento.

Gaber (1). Non stupisce che, nel rispondere all’appello agli intellettuali, Grillo abbia citato Giorgio Gaber. Lo ha fatto un sacco di volte. Quando trasmetteva Io non mi sento italiano dal palco del V-Day di Bologna. Quando citava Destra e sinistra. Si conoscevano, si stimavano. Grillo chiese a Gaber di fargli da regista nel primo spettacolo a teatro (Buone notizie, 1990, testi di Michele Serra). Entrambi hanno chiuso con la tivù all’apice del successo. Entrambi erano (sono) più detestati dalla sinistra che dalla destra. C’è un evidente dislivello intellettuale, a tutto vantaggio di Gaber (e Grillo lo sa bene), ma queste citazioni stupiscono soltanto i marziani intellettualoidi di cui sopra.

Gaber (2). Perché Grillo cita Gaber, stavolta Gli intellettuali, un monologo contenuto nello spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so (1972)? Perché è in atto da almeno sette anni (dalla disillusione seguita al voto nel 2006) la morte dell’egemonia culturale di un certo ambiente salottiero e sinistrorso. E’ un punto su cui batto da anni, ma anche qui in tanti – finché han potuto – si son finti sordi. Fino al 2006, o votavi Berlusconi o ridevi con la Dandini. Tertium non datur. Ora quel tertium esiste: ed è (anche) Grillo. Il quale, proprio dal 2006, ha catalizzato chi è di sinistra (e ora si ritrova grillino quasi suo malgrado) ma non ne può più di questa “sinistra”. La rottura tra “grillismo” e “piddismo” è oggi totale. Insanabile. Incurabile (al massimo Renzi può tamponare per un po’ l’emorragia). Come Pasolini, pur non ipotizzando nemmeno un approdo a destra, Gaber sottolineava come a deludere fossero state proprio le menti di sinistra. Gli intellettuali ipotetici del Bar Casablanca, i soloni fedeli alla linea, gli ortodossi del finto marxismo. Grillo sparge sale su ferite ormai purulente. Lui si diverte. Gli altri si incazzano.

Gaber (3). Dov’è però che Grillo fraintende Il Signor G? Qui. Grillo dice: “Gli intellettuali non hanno mai dubbi (a differenza di Gaber)”. Certo che Giorgio ne aveva, di dubbi. Ne aveva una valanga, e te li scagliava addosso per tenerti viva la coscienza. E certo che molti intellettuali non ne hanno. Il problema, caro Grillo, è che i dubbi non sembri averli neanche tu. In primo luogo, c’è differenza tra intellettuali e intellettuali (come tra giornalisti e giornalisti): è puerile ciò che scrive il bilioso Eugenio Scalfari, ma ben diversa è la caratura di una Barbara Spinelli. In secondo luogo, il Grillo politico rifugge sempre più il dubbio. O è bianco, o è nero. Lui ha ragione e gli altri torto. Lui è vivo e gli altri morti. Sempre. Eccheppalle. Grillo non sembra mettersi in discussione mai. Attenzione: è l’esatto opposto dell’approccio gaberiano. E non è, alla lunga, un granché.