Due miei amici, che pure stupidi non sono, mi hanno tutti e due fatto di recente un’affermazione che suona all’incirca così: “e certo che, con la crisi che c’è, il Tav porterebbe lavoro”. Praticamente ed inconsapevolmente, essi in tal modo hanno dato alla locuzione “opera pubblica” il significato che non serve l’opera per quando è in funzione bensì per quando la si realizza. Né più né meno quello che dicono apertamente e spudoratamente Confindustria e Cgil. Il Tav porta lavoro, dunque.

Ma anche i pisellini Findus lo portano il lavoro. In questi giorni sugli schermi televisivi gira una pubblicità di questo prodotto da far cuocere nel microonde. A tal fine i dolci pisellini non vengono solo impacchettati in una scatola di cartone, ma anche dentro un involucro di plastica. Anche la Findus quindi porta lavoro, perché alimenta anche l’industria della plastica, non solo più quella del cartone.

Ma anche, voglio aggiungere, la Finmeccanica (con la benedizione dello Stato, che detiene una quota ancora rilevante di azioni) porta lavoro producendo per il 75% del proprio fatturato armi.

E allora? Per il solo fatto che si produce lavoro non bisogna cancellare il Tav, disincentivare gli imballaggi, sognare un mondo senza guerre?

Qui, cari miei, bisogna che ci chiariamo un po’ le idee. Cosa vogliamo mettere in ordine di importanza davanti a tutto? Il lavoro purchessia, magari anche con i morti causati nel mondo dalle armi o a Taranto dall’Ilva o a Casale Monferrato dall’Eternit, o un’esistenza lavorativa ma compatibile con l’ambiente in cui viviamo? Si scelga, ma consci del fatto che se la scelta ricade sul lavoro purchessia, si fa ben poca strada.