E’ tornato ieri dopo un breve periodo trascorso all’estero. Aveva bisogno di staccare la spina per ragionare a mente fresca sul da farsi. Ma l’accoglienza non è certo quella che si aspettava. I suoi oppositori (il Pdl) – dopo averlo pressato con varie sollecitazioni risultate vane – hanno occupato l’aula del Consiglio regionale per spingerlo a decidere in fretta. Nichi Vendola si è ritrovato in una situazione che solo una settimana fa non immaginava. Traslocare a Roma nel tentativo di far vivere un governo che oggi appare quanto mai instabile o – come sembra più propenso a fare – restare in Puglia ed evitare che le elezioni anticipate consegnino la Regione al centrodestra? Perché questo è il dilemma di un governatore giunto ad un bivio.

Ed è questo che ha congestionato le riflessioni politiche del post-voto nel tacco d’Italia. La Puglia il 25 febbraio si è scoperta di centrodestra e questo è stato uno choc per chi da otto anni dormiva sonni tranquilli. I pugliesi, quando provano a darsi una spiegazione, ripetono che “da un paio d’anni, non è più come prima”. Il “come prima” si riferisce alla Puglia che è stata. A quella che ha fatto parlare tutta Italia quando il 24 gennaio 2010 si raccontava del Vendola “che ha stravinto” le primarie del centrosinistra per la scelta del candidato governatore. E che il 29 marzo si è confermato, per la seconda volta, il presidente di tutti.

E allora perché oggi Sinistra Ecologia e Libertà non tocca nemmeno la soglia del 7% in Puglia? Perché il centrosinistra si fa sconfiggere dalla compagine politica del nemico di sempre Raffaele Fitto? Il pugliese medio risponde: “Perché non c’è più il popolo”. Una parte di questo, in particolare, era il cuore pulsante di una cittadinanza attiva che si rifiutava di ragionare nel recinto dei soliti partiti e che era noto come La Fabbrica di Nichi. Ne parlavano tutti. Hanno anche ispirato un libro. Erano ragazzi che armati di niente hanno costruito tutto. E per tutto si intende il destino di una regione per oltre due anni. Le Fabbriche oggi non esistono più. “Vogliamo che quel capitolo appartenga al passato” ci dicono alcuni fra quelli che hanno contribuito a creare le Fabbriche pugliesi. Sono i più scottati. “Che senso ha ricordarlo? Si è esaurito un capitale di fiducia”. Cioè? “Cioè ci hanno deluso”.

Simona, pugliese, attivista delle Fabbriche, invece, vuole parlarne. “Però vorrei che passasse quel sentimento che ci animava capisci? Vorrei che rimanga un ricordo bello”. E la sua voce quella briosità del tempo la fa trasparire tutta. “Le Fabbriche erano capaci di dialogare con quella parte di società civile che fino ad allora non aveva mai preso parte alla vita dei partiti. Il proliferare così velocemente delle Fabbriche in tutta Italia – nel giro di pochi mesi ne nacquero 600 – significava che c’era bisogno di quello”. Si discuteva, si organizzava, si scambiavano idee “liberamente e democraticamente”. Ma poi quando a giugno del 2011 “Nichi ha deciso di candidarsi alle politiche, tutto è cambiato”. Le Fabbriche chiesero di organizzarsi meglio, ma da Sel arrivò la frase del “gelo”. Fu Nicola Fratoianni a comunicare che erano solo un comitato di scopo e che dunque sarebbero confluite in Sel. “Nessuno ci dette l’ordine di chiudere – racconta Simona – ma tutti spontaneamente capimmo che era finita. Era contro natura per le Fabbriche confluire in un partito. Penso che ciò che è successo in quel momento, lo si è pagato oggi. Vendola ha perso lo strumento fondamentale di ascolto del Paese”.

“Quando ci riunivamo – ricorda Lorenzo, anima di una delle tante Fabbriche – vedevi gente di ogni tipo. Non pensare che fossero solo ragazze con la kefiah. C’erano ex rifondaroli, come uomini in giacca e cravatta. Dipendenti dei comuni di centrodestra e signore di una certa età che non avevano mai fatto politica. Eravamo tantissimi. Perché il berlusconismo era imperante ed egemonico, la sinistra ai minimi termini e l’unico che raccontava un’altra Italia era Nichi. Parlavamo senza paura di scomunica. Ma quando ci vollero far confluire nel partito ci fu la levata di scudi. Se le Fabbriche oggi fossero esistite ancora, sono sicuro che le elezioni non sarebbero andate così. Sel avrebbe incassato almeno il doppio dei voti”.

Giuseppe, di Bari, anche lui padre fondatore di una Fabbrica è certo: “Il racconto vendoliano si è opacizzato. Questo è il problema reale. Se fosse rimasto in piedi il racconto di Nichi e fosse stato diffuso dalle Fabbriche, oggi ci sarebbe un governo stabile di centrosinistra. Quello che è accaduto ha agevolato la strada a Grillo. Lui interpreta la protesta che noi per anni abbiamo canalizzato in un’esperienza irripetibile”. E allora perché è finita? “Perché – spiega Giuseppe – ad un certo punto l’obiettivo di Nichi era riportare la sinistra in Parlamento. Ma Sel era un film che ho visto tutta la vita. Non ci interessava portare trenta deputati alla Camera. Noi volevamo cambiare il Paese. A 34 anni voglio questo”.

Che fine ha fatto quell’esercito di cittadini attivi? Tutti gli ex fabbrica sono concordi: una parte ha sostenuto Matteo Renzi, un’altra è andata con Grillo. Una parte confida nella semplicità di Guglielmo Minervini, papabile candidato successore. E con Sel? “Della mia Fabbrica ne conto sulle dita di una mano. Ma perché i circoli Sel ti sembrano attivi? Sono comitati come altri”. Oggi che tutto è passato, c’è solo una domanda che i ragazzi dell’ex fabbrica – e non solo loro – farebbero al governatore. “Vendola, dov’è finito Nichi?”.

di Mary Tota