Non sono state elezioni qualunque quelle di domenica scorsa. Come non lo furono quelle del 1994.

Voglio partire da un dato che, a mio avviso, è molto importante. L’età media degli eletti nelle liste del Movimento 5 Stelle: 37 anni; 33 anni l’età media dei nuovi deputati del M5S e 46 anni quella dei nuovi senatori M5S. Si tratta di una rivoluzione. Nessun altro partito può vantare una quota di giovani così nutrita. Il M5S ha eletto 62 donne in totale, pari al 22,5 per cento di tutte le donne elette nel Parlamento.

L’88 per cento degli eletti del M5S è laureato. In un paese nel quale c’è l’apartheid contro i giovani, questi dati segnano una forte discontinuità. I giovani oggi, in Italia, sono segregati, a loro non si applicano le regole costruite per i loro padri e nonni, basti pensare al mercato del lavoro. Ai sindacati del resto sono iscritti per lo più pensionati e comunque over-50enni, come potrebbero interessarsi ai giovani?

Le banche sono guidate da anziani, i dirigenti dei ministeri sono anziani, i politici degli altri partiti sono anziani. I docenti universitari sono anziani.

L’Italia è l’unico paese al mondo nel quale un quarantenne si auto-definisce: “giovane”. Nel resto del mondo superati i venticinque anni si è considerati adulti. Questo abuso del termine “giovane” è tipico di un sistema gerontocratico. I vecchi si auto-ringiovaniscono, allungando a dismisura la cosiddetta “gioventù”. Salvo poi chiudere ogni porta ai giovani veri.

Obama in Italia è definito: giovane presidente. Negli Stati Uniti nessuno lo ritiene “giovane”, è un cinquantenne..

Ebbene, l’ingresso di tanti giovani, qualificati, pieni di passione è di per sé un evento molto positivo. E credo che molti se ne stiano rendendo conto. Perché mai tanti giovani trentenni dovrebbero essere peggiori dei Berlusconi, dei Bersani, dei Monti, dei Casini, dei Di Pietro, dei Diliberto etc.?

Lo dico anche se non condivido molto del programma economico del M5S e non condivido affatto l’assenza di regole in quel movimento. E’ ora che il M5S si dia delle regole democratiche interne: non è possibile che la linea politica venga decisa da un consulente aziendale e da un ex-attore in solitudine e senza accountability.

Sul programma economico mi permetto di dire che non esiste la “decrescita felice”. L’Italia decresce del resto da quindici anni e ne vediamo le drammatiche conseguenze: ci siamo impoveriti (avevamo un prodotto pro-capite superiore alla media Ue ora siamo sotto la media); i salari medi sono tra i più bassi in Europa e non crescono; il precariato è dilagante; la disoccupazione aumenta; i consumi ristagnano; migliaia di imprese falliscono; la criminalità organizzata si rafforza. Abbiamo poche risorse da destinare al risanamento ambientale, risorse in declino per la scuola e l’università. E’ un errore pensare che ci sia una decrescita felice. La decrescita è sempre e solo infelice.

Bisogna crescere di più e in un modo diverso, certo.

Più qualità della crescita. Ma per rendere l’Italia un paese più equo, per poter re-distribuire reddito e ricchezza, si deve innanzitutto produrre ricchezza non farla diminuire.