Certo, il Movimento 5 Stelle non voterà la fiducia al nuovo esecutivo. Ma per incassare subito (magari con un decreto legge) un risultato storico che i cittadini attendono da vent’anni (la cancellazione dei truffaldini rimborsi elettorali) potrebbe decidere, dichiarandolo apertamente, di uscire dall’aula del Senato prima del voto. Sopratutto se l’aspirante premier garantirà solennemente davanti alla nazione, in parlamento prima della fiducia, che verranno dimezzati gli stipendi dei parlamentari, che sarà approvata una vera legge anti-corruzione, una sul conflitto di interessi e che i molti miliardi di euro previsti per il Tav saranno invece destinati alla costruzione di una molto più utile rete Internet ultra veloce. Abbassato il quorum al Pd basterebbero così i voti dei montiani per partire con un esecutivo di minoranza pure a Palazzo Madama, anche in caso di voto contrario del centrodestra.
A guardarla con realismo tutto invece è molto più complicato. E non solo perché, dopo anni e anni di promesse disattese, è difficile pensare che gli eletti e i militanti del M5S si possano fidare di un discorso programmatico. In questo gioco del cerino inaugurato da Pierluigi Bersani (chi si prende la responsabilità o di riportare il paese ad elezioni o di inaugurare il governo dell’inciucio?) le variabili sono tante. Probabilmente troppe per credere davvero che una maggioranza Pd-Pdl sarà evitata.
 
La prima riguarda proprio il finanziamento pubblico: difficile pensare che il Pd e gli altri accettino l’eliminazione dei rimborsi con effetto retroattivo, come ha chiesto Beppe Grillo sul suo blog e il candidato portavoce M5S del Lazio Davide Barillari. Del resto, lo scorso aprile, era stato proprio il tesoriere dei democratici, Antonio Misiani, a dire tassativo: “Rinunciare all’ultima tranche? Impossibile, i partiti chiuderebbero“.  
 
Ma pure ammettendo che il Pd, con un sussulto di buon senso, venga incontro alla volontà dei cittadini già certificata da un referendum del 1993,  che cosa farebbe il Pdl? Non è difficile immaginarlo: di fronte a un programma che comprende legge anti-corruzione più severa e norme stringenti sul conflitto di interessi, ci metterebbe un secondo a uscire anch’esso dall’aula del Senato prima del voto di fiducia. Perché se restano fuori sia M5S che Pdl, a Palazzo Madama manca il numero legale e il governo di minoranza resta al palo.
Ovvio, spiegare a chi ha votato centrodestra che Berlusconi e i suoi fanno saltare pure la garantita l’abrogazione del finanziamento pubblico (era uno dei punti del programma del Cavaliere), non sarà semplice per i vertici del Popolo della Libertà. Ma l’esperienza insegna che in fatto di balle il venditore di Arcore non è secondo nemmeno ad Oscar Giannino. E poi il problema per Berlusconi non è un eventuale voto anticipato (è convinto, non a torto, che nemmeno questo Pd lo voglia per timore di un M5S al 40%), ma quello di creare le condizioni per un nuovo governo dell’inciucio. Insomma a Berlusconi di restare col cerino in mano non importa un bel nulla. 
 
E allora la riedizione dell’esecutivo tecnico, magari presieduto dal banchiere Corrado Passera, o la prosecuzione del governo Monti, è segnata? No, in via teorica un sentiero, strettissimo, rimane. Se il M5S, dopo gli incontri tra i neo parlamentari, decide di portarsi a casa il risultato storico dell’abrogazione del finanziamento e il Pd vuole davvero evitare di governare con Berlusconi, i regolamenti del Senato offrono una soluzione. Sedici cittadini eletti a Palazzo Madama nelle fila del Movimento restano in aula al momento della fiducia e votano contro il governo, gli altri escono e non votano. In questo modo anche in caso di assenza in massa del Pdl il numero legale c’è (la metà dell’assemblea più uno) e se invece i senatori berlusconiani restano e votano contro, non bastano per bloccare la nascita dell’esecutivo.
 
Ovvio un governo in queste condizioni di strada non ne farebbe molta. Rischierebbe di durare qualche mese o poco più. Ma tanto basterebbe per approvare 4 o 5 punti chiave, dare un po’ di reddito ai cittadini più colpiti dalla crisi, e permettere di riscrivere in parlamento la legge elettorale. Pochissimo in tempi normali. Tantissimo per l’Italia degli ultimi vent’anni.
Ma questa, dicevamo, è solo teoria. Perché si realizzi ci vorrebbe gente di parola (nel Pd) e molta fantasia. Al potere.