Ormai in campagna elettorale promettere di tagliare le tasse non basta più, per questo Silvio Berlusconi giura addirittura di restituire quelle già pagate: in un mese il Cavaliere promette di poter rimettere nelle tasche degli italiani (in contanti) i quattro miliardi di Imu sulla prima casa pagati nel 2012 compensando quella spesa con il concordato fiscale con la Svizzera sui capitali esportati in nero e a un provvidenziale anticipo della Cassa depositi e prestiti. Per i più pazienti, poi, entro la legislatura sparirà anche l’Irap, diminuiranno le accise e chissà quante altre imposte grazie ad un taglio della spesa pubblica da 80 miliardi (sedici l’anno per cinque anni).

Prima di entrare nel merito del racconto del Cavaliere, è appena il caso di ricordare un paio di cose: durante l’ultima esperienza a palazzo Chigi, per dire, la spesa pubblica invece di diminuire (come anche allora il nostro aveva promesso in campagna elettorale) aumentò di circa due punti rispetto al Pil e lo stesso accadde al livello della tassazione. Solo che di quest’ultimo regalo del predellino, i cittadini cominciano ad accorgersi solo oggi visto che gran parte delle tasse e delle imposte escogitate dall’ex premier e da Tremonti – dal taglio delle deduzioni fiscali da 20 miliardi all’aumento dell’Iva, dall’imposta di bollo ad un aumento degli studi di settore – sarebbe scattata nel 2012 e 2013. Il risultato – ci raccontano i documenti ufficiali di quel governo – sarebbe stato un aumento di due punti, dal 42,5 al 44,5%, della pressione fiscale rispetto al Pil che oggi allegramente il Pdl carica interamente sulle spalle di Mario Monti (che, peraltro, ci ha messo del suo).

Veniamo alla proposta choc: restituire l’Imu sulla prima casa. La prima domanda è: si può fare? La risposta: quasi tutto si può fare, ma di certo non entro un mese dal primo Consiglio dei ministri. Ci vuole tempo per organizzare la cosa visto che la Cassa depositi e prestiti dovrebbe tirare fuori ben 4 miliardi – non milioni – e anche il rimborso fisico sul conto corrente o in contanti potrebbe essere meno semplice di quanto sostiene Silvio Berlusconi. Quanto alla copertura vera di questa spesa e della cancellazione definitiva dell’Imu sulla prima casa – che sarebbe poi il famoso concordato fiscale con la Svizzera – forse l’ex premier esagera un po’ nei numeri: 25-30 miliardi una tantum per condonare il pregresso e cinque miliardi l’anno strutturali dalla tassazione sui guadagni.

Ammesso che in questi anni i cittadini italiani non abbiano mosso i loro soldi dalla Confederazione Elvetica (cosa che invece, dicono gli esperti, è avvenuta), il nostro “tesoro nero” potrebbe arrivare a 120 miliardi di euro. Il governo tedesco – che aveva firmato un concordato con Berna poi bocciato dal Parlamento – non dava per scontata l’automatica emersione di questi capitali e quindi stimava prudenzialmente di poter incassare quattro miliardi ogni 100 dalla sanatoria sui capitali clandestini: così fosse, noi potremmo contare su circa cinque o sei miliardi una tantum mentre la stima di Berlusconi si basa sull’emersione completa.

È sui proventi da tassazione, però, che le previsioni del leader del Pdl sono false a tutti gli effetti: le aliquote si applicherebbero ovviamente alle rendite finanziarie e non all’intero capitale e difficilmente – anche ammesso che vengano “dichiarati” tutti i famosi 120 miliardi in nero – il gettito supererebbe i 500 milioni l’anno (più verosimilmente poche decine di milioni). Da ultimo, si potrebbe chiedere all’ex premier il motivo di questo suo cambio di rotta visto che il governo Berlusconi-Tremonti, come testimoniano gli atti parlamentari, fu pervicacemente contrario alla stipula di un concordato con la Svizzera.

Infine c’è il tema degli 80 miliardi di spesa pubblica da tagliare in cinque anni. Ovviamente il Cavaliere non dice come: parla di ridurre i costi della politica – che però sono spiccioli su cifre di questa entità – ed evita accuratamente di dire altro. Il problema è capire se una simile diminuzione, cinque punti di Pil, sia davvero desiderabile visto che l’incidenza della spesa pubblica (che ha un fondamentale compito di redistribuzione del reddito) in Italia è già oggi, al netto degli interessi sul debito, al di sotto della media europea.

Per di più, per oltre metà le uscite dello Stato risultano difficilmente comprimibili (pensioni e gestioni del debito): in sostanza, tagliare 80 miliardi vuol dire tagliare ancora servizi, ospedali, sostegno alla disabilità o al disagio sociale più di quanto non si sia già fatto. Non dovrebbe essere una cosa di cui vantarsi in campagna elettorale, ma ormai all’ombra dei Fiorito sul denaro pubblico si può dire qualunque cosa.