“Invitiamo tutti i cittadini a non mangiare troppo“. Così il governo egiziano sembra trovare una disperata e sbrigativa soluzione alla mancanza di cibo e beni di prima necessità che sta affliggendo il Paese a causa di una delle crisi economiche più gravi della sua storia. L’invito, che sta suscitando diverse critiche da parte dell’opinione pubblica, è contenuto in un report stilato lo scorso settembre e pubblicato alcuni giorni fa dall’Osservatorio Nazionale per il Cibo. Il sondaggio riporta dei dati drammatici: su un campione di 1682 famiglie, l’86% non ha uno stipendio sufficiente per poter acquistare cibo e vestiti, percentuale in aumento di 12 punti rispetto allo scorso giugno a causa della crescente inflazione e della svalutazione della moneta locale.

La crisi economica che sta colpendo ormai il paese dalla fine della rivoluzione è uno dei problemi più scottanti per il presidente islamista Mohamed Morsi. Le ripetute ondate di violenza seguite alla caduta di Hosni Mubarak hanno, infatti, indebolito le casse dello stato che ha perso due terzi delle riserve di moneta straniera.

Carenza di moneta straniera
La Banca Centrale Egiziana negli ultimi due anni ha utilizzato 20 miliardi di dollari per mantenere il pound stabile, una spesa che ormai è diventata insostenibile e che ha fatto scendere il valore della lira egiziana ai livelli minimi di cambio con il dollaro degli ultimi 10 anni. Inoltre, le casse dello stato non sono più in grado di ricevere moneta straniera a causa anche del crollo del turismo, una delle maggiori risorse economiche della nazione.“La valuta locale ora non è più gonfiata dallo stato e rispecchia il valore reale dell’economia – spiega a Il Fatto.it Hany Genena, ricercatore del gruppo finanziario Paharos Holding – non c’è più nessuna altra possibilità, la lira si svaluta e i prezzi aumentano per ridurre la domanda di beni che l’Egitto non è più in grado di importare come prima”.

Prestiti stranieri
L’unica possibilità di salvare l’economia per ora resta il ricorso ai presiti stranieri. Il presidente Morsi sin dall’inizio del suo mandato ha fatto della ricerca di finanziamenti all’estero una delle sue priorità. Il più importante per ora resta quello del Fondo Monetario Internazionale che ammonta a circa 4.8 miliardi di dollari. Ma per accedere al prestito il governo egiziano non potrà esimersi dal seguire le linee guide dell’Fmi e ciò significa aumentare le tasse ed eliminare i sussidi per i generi di prima necessità e l’energia che per il momento contribuivano a tenere stabili i prezzi.

Beni sussidiati
Il 28% della spesa statale egiziana va ai sussidi per energia e pane“Circa il 40% delle famiglie egiziane compra il pane finanziato dallo stato e si rifornisce di gas a prezzi agevolati – racconta al Il Fatto.it Hamed, gestore di un chiosco di pane sussidiato al centro del Cairo – i sussidi per l’energia sono quelli più dispendiosi (circa 2/3 della spesa) ma sono sicuro che i finanziamenti per il pane saranno eliminati per ultimi perché hanno un alto valore simbolico e la gente sembra già molto preoccupata”. L’aumento repentino dei prezzi potrebbe, infatti, dare adito a nuove rivolte di piazza come successo nel 1977 quando l’allora presidente Sadat dovette mandare l’esercito nelle strade per sedare la rivolta popolare seguita all’aumento dei prezzi.

Programma economico
Per ora per il governo islamista di Morsi sembra non essere in grado di mettere in atto nessun piano economico alternativo a quello portato avanti dal precedente regime di Mubarak. “Il presidente sembra non avere altre soluzioni valide – afferma Genena – e soprattutto non può cambiare rotta perché ci troviamo in una situazione di emergenza. L’aumento dei prezzi e il taglio dei sussidi erano stati pianificati dal precedente governo già nel 2008 ma la crisi economica globale e poi la rivoluzione hanno impedito che queste riforme si facessero in tempo”.