Otto anni e quattro mesi al consigliere della Calabria Franco Morelli, del Pdl. Condannato dal Tribunale di Milano a conclusione del processo «Valle-Lampada». Le accuse, confermate, sono: concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio. Disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la sorveglianza per due anni. Benché ritenuto in primo grado il referente politico del presunto clan Valle-Lampada, Morelli resterà in carica e riceverà l’assegno di mantenimento della Regione, precisa oggi Il Quotidiano della Calabria.

Le sentenze stabiliscono una verità giudiziaria, che nel caso di Morelli sembra schiacciante. Il punto, al di là delle pene, è la questione morale in politica. La vicenda tocca la Calabria, e non solo quella del potere cosiddetto democratico. È doveroso che noi calabresi ammettiamo le nostre responsabilità. Non possiamo meravigliarci, se non pochi dei nostri rappresentanti si rivelano vicini alla ‘ndrangheta, se le nostre istituzioni sono corrotte e per questo uccidono la cosa pubblica, anche al Nord. Dalla sanità ai trasporti, dai fondi europei alle infrastrutture, dall’agricoltura alla forestazione, dalla scuola alla giustizia. A eleggerli siamo noi, soltanto noi: per un posticino, una concessione, un favore, una spinta.

Con Morelli è stato condannato a 4 anni e 7 mesi il giudice Vincenzo Giglio, che più volte avrebbe aiutato il presunto boss Giulio Lampada, imprenditore calabrese che ottenne dal Vaticano il titolo di cavaliere dell’Ordine di San Silvestro papa, pare grazie al politico pidiellino. Giglio è il marito di Alessandra Sarlo, nominata responsabile del dipartimento regionale Controlli dal governatore Giuseppe Scopelliti, leader del Pdl calabrese. In proposito, per Scopelliti è stato chiesto il giudizio. Francamente non vale a nulla la sua mossa di piazzare al secondo posto, nella lista per la Camera, la figlia del giudice Antonino Scopelliti, ucciso dalla ‘ndrangheta per conto della mafia. La giovane Rosanna, questo il suo nome, è la portavoce del movimento Ammazzateci tutti, insieme al fondatore Aldo Pecora. Faccia lei, adesso; posto che abbiamo condiviso iniziative contro la criminalità armata, la criminalità politica e la zona grigia.

Una cosa mi preme dire: la colpa, chiarì Rosanna a Rieti, durante la Giornata della legalità dell’otto novembre 2008, è sempre e soprattutto nostra. Noi ci voltiamo dall’altra parte, per comodità, paura o abitudine. Tra i relatori c’era anche Salvatore Borsellino, che come Rosanna Scopelliti porta con sé una storia di dolore collettivo, cioè l’assassinio di un grande uomo dello Stato per ragioni di servizio. Antonino Scopelliti e Paolo Borsellino pagarono con la vita il loro rigore morale. Che non s’inventa, non si acquista al supermercato, non si vende a nessun offerente.

Altra cosa mi preme dire: di quel composito movimento antimafia, che non era solo Ammazzateci tutti, è rimasto un ricordo lontano, evidentemente sbiadito. La politica ha saputo riciclare, riposizionare molti soggetti. Per darsi un’immagine nuova, pulita.

Luigi de Magistris, Antonio Di Pietro e in ultimo Antonio Ingroia non hanno alimentato in concreto la speranza di una Calabria diversa con uomini diversi. Non hanno avuto il coraggio delle scelte, scaricando tanti giovani che nel territorio hanno denunciato malefatte e malfattori, me escluso, e divulgato dal basso una cultura dell’impegno puro. Non posso dunque prendermela con l’“antipolitica”.