Il produttore cinematografico Vittorio Cecchi Gori è stato condannato a 6 anni di reclusione per il fallimento della Safin Cinematografica, un crac da 24 milioni di euro dichiarato dal tribunale civile il 20 febbraio 2008. La sentenza è stata emessa dalla prima sezione penale del tribunale della capitale che ha condannato altre cinque persone assolvendone una. 

La Procura di Roma aveva chiesto sette anni. Il pm aveva chiesto la condanna a cinque anni di reclusione per Luigi Barone, collaboratore di Cecchi Gori, Edoardo De Emme ed Ettore Parlato, liquidatori della società in epoche diverse, e Giorgio Ghini, ex presidente del collegio sindacale della Safin. Tre anni e mezzo erano stati sollecitati per Vittorio Micocci e Alessandro Mattioli, ex componenti del collegio sindacale della Safin. I reati contestati, a seconda delle singole posizioni, sono quelle di bancarotta per distrazione o dissipazione e omesso controllo sulla gestione della società. In particolare, per l’accusa, il dissesto sarebbe avvenuto attraverso lo spostamento dei beni, specie quote azionarie di alcune multisale romane, dalla Safin ad altre società’ del gruppo Cecchi Gori. 

I giudici della prima sezione hanno anche condannato gli imputati a risarcire il curatore del fallimento disponendo un giudizio in separata sede, ma fissando comunque fin da adesso una provvisionale di 11 milioni 500mila euro. Infine con la sentenza i giudici hanno stabilito la confisca del capitale sociale delle società ‘Cecchi Gori, Cinema e Spettacolò, e ‘New Fair Film’ confermando anche il sequestro delle quote delle società ‘Adriano Entertainment’ e ‘Vip 1997’. Contro Cecchi Gori è in corso un altro processo sempre riguardante il dissesto delle sue imprese e la sentenza è prevista per venerdì della prossima settimana.

Dal 2002 a oggi tutti i guai del produttore cinematografico. Nel luglio del 2011 Cecchi Gori era finiti ali arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta nell’ambito delle indagini sul fallimento della Finmavi e di altre società del gruppo. Era il 29 ottobre del 2002 quando, per il fallimento della Fiorentina, a Cecchi Gori – nato a Firenze il 27 aprile 1942, figlio del produttore Mario – venne notificata un’ordinanza di custodia cautelare con una accusa analoga, quella di bancarotta fraudolenta. A novembre del 2006 fu condannato a tre anni, poi condonati per l’indulto. Annus horribilis il 2006: a ottobre era calato il sipario sul suo impero di celluloide. Fu il tribunale di Roma a decretare il fallimento della Finmavi, la ‘cassaforte’ schiacciata da debiti per 600 milioni di euro. Poi Cecchi Gori si presentò alle elezioni nella circoscrizione Lazio 1 con il Movimento per l’autonomia ma non viene eletto.

I primi problemi risalgono ad alcuni anni prima, quando uno dei suoi piu’ stretti collaboratori, Paolo Cardini, e Luigi Barone, amministratore di alcune società del gruppo, finirono indagati, col mediatore Aldo Ferrari, in un’inchiesta per riciclaggio di denaro. Allora Cecchi Gori sedeva sui banchi del Senato. Poi vennero le elezioni e la candidatura in un collegio siciliano con esito negativo. Subito dopo la separazione dalla moglie Rita Rusic con la richiesta di oltre duemila miliardi di lire da parte di lei, la complicata vicenda della vendita di Tmc alla Seat, bocciata il 18 gennaio 2001 dall’Autorità per le Tlc, ma soprattutto i guai giudiziari. Nel luglio del 2001 Cecchi Gori ricevette un avviso di garanzia per concorso in riciclaggio e nel ciclone, suo malgrado, fini’ anche la sua compagna di allora Valeria Marini. Le disavventure della Fiorentina furono scandite dall’apertura della procedura fallimentare prima, quindi dall’estenuante tentativo di riequilibrare i conti e i crediti. Il 27 giugno 2001 il tribunale di Firenze aprì d’ufficio la procedura fallimentare, successivamente archiviata.

Il 17 gennaio 2002 la procura di Firenze ne chiese il rinvio a giudizio per appropriazione indebita, falso in bilancio e truffa. Qualche giorno dopo il produttore disse in tv: ”Salvo la Fiorentina e poi la vendo”. Il 18 marzo il tribunale civile dispose l’ispezione giudiziaria che sancì il dissesto finanziario del club e portò all’amministrazione giudiziaria. Prima l’ex senatore aveva dovuto sopportare anche il dolore per la morte della madre e quello per la retrocessione della squadra. Celebre il particolare emerso durante una perquisizione nel luglio 2001 nella sua casa di Roma, alla presenza della Marini: venne ritrovata in cassaforte una consistente quantità di cocaina che Cecchi Gori definì più volte come ‘zafferano’. Dell’8 luglio 2005 è invece l’incanto della catena di sale cinematografiche. Il tribunale di Roma mise all’asta le sette sale romane, fra cui la multisala Adriano, l’Atlantic, il New York, l’Ambassade, il Royal, il Reale e il Volturno, per estinguere un debito ingente con un istituto di credito. Il 3 giugno del 2008 fu arrestato per il fallimento della Safin Cinematografica, un crack da 24 milioni di euro. Il 10 ottobre tornò in libertà: ”Sono stato perseguitato”, disse. ”Lotterò fino all’ultimo giorno perché si arrivi alla verità.