Il clamore sugli impresentabili del Pdl li ha risparmiati. E mentre cadevano teste ben più pesanti – come quelle di Marcello Dell’Utri e Nicola Cosentino – loro hanno riconquistato serenamente un posto in lista. E’ il caso di Salvatore Sciascia, che pure a differenza degli altri ha sulle spalle una condanna definitiva per corruzione. Il fatto che abbia commesso il reato veste di manager della Fininvest di Silvio Berlusconi dovrebbe essere politicamente un’aggravante, ma forse in casa Pdl ha funzionato, al contrario, da attenuante. Nessuno pare aver posto problemi per un altro fedelissimo di Silvio Berlusconi, Paolo Romani, ex ministro delle Telecomunicazioni inquisito dalla Procura di Monza per peculato e istgazione alla corruzione. E anche nel suo caso, quas’ultimo reato è legato a una vicenda urbanistica di interesse di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio. 

Salvatore Sciascia, ex Guardia di finanza diventato direttore dei Servizi fiscali della Fininvest, nel 2001 è stato condannato definitivamente a due anni e sei mesi di reclusione per corruzione. E’ l’esito della famosa inchiesta sulle tangenti alla Guardia di Finanza per alleggerire i controlli fiscali, quella dell’invito a comparire recapitato a Silvio Berlusconi durante il vertice internazionale sulla criminalità a Napoli. Sciascia ha ammesso di aver pagato tangenti con il benestare di Paolo Berlusconi (poi assolto), ma non ha mai nominato Silvio. Il corruttore reo confesso si impegna in politica e nel 2008 ottiene un seggio al Senato con il Pdl. Alle prossime elezioni il partito lo ha candidato di nuovo al Senato, in Lombardia all’undicesimo posto in lista, considerato di sicura elezione. 

Paolo Romani, imprenditore televisivo di scarsa fortuna e ministro di fiducia di Silvio Berlusconi nel settore cruciale delle telecomunicazioni, è stato anche assessore all’Urbanistica e all’Expo a Monza. In questa veste, nel 2012 è finito per due volte nel registro degli indagati. La prima per peculato, per una bolletta da 5.144,16 euro in due mesi con il telefonino del Comune. La seconda per istigazione alla corruzione, insieme a Paolo Berlusconi. Secondo l’accusa avrebbe fatto pressioni sull’amministrazione di centrodestra della città brianzola per sbloccare il grosso affare immobiliare della Cascinazza, un’area di interesse della famiglia Berlusconi. Entrambe le inchieste sono ancora in corso. Gli elettori lo ritroveranno puntualmente al blindatissimo numero sei della lista Pdl per il Senato in Lombardia. 

Conferma sicura – al numero sei della circoscrizione Camera 2, sempre in Lombardia – anche per il deputato Antonio Angelucci, il patron della Tosinvest, gruppo impegnato nella sanità e nei giornali, e coinvolto in diverse vicende controverse su entrambi i fronti. La Tosinvest è stata condannata a pagare una multa di 103mila euro all’Autorità garante per la vicenda dei fondi pubblici per l’editoria percepiti indebitamente per i quotidiani Libero e Il Riformista. Il gruppo è stato coinvolto in diverse vicende giudiziarie sul fronte della sanità. Proprio ieri Giampaolo Angelucci, figlio di Antonio, si è visto chiedere una condanna di quattro anni e sei mesi dalla Procura di Bari per una presunta tangente di 500mila euro pagata all’allora governatore Raffaele Fitto, coimputato di Angelucci e capolista alla Camera in Puglia.  

Le maglie etiche del Pdl, in realtà, si sono rilevate larghe. In Sicilia corre per Camera e Senato un nugolo di impresentabili idealmemente capitanati dall’ex ministro Saverio Romano, ancora indagato per corruzione, e dall’ex sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. In Calabria, il partito di Berlusconi non ha trovato di meglio che candidare, tra gli altri, Demetrio Arena, il sindaco che si è visto sciogliere per infiltrazioni mafiose il Comune di Reggio Calabria. Con un tocco surreale: l’interessato ha affermato che non avrebbe vouto candidarsi, e di aver appreso “dalla stampa” di essere in lista. In Sardegna, invece, si ripresenta Silvestro Ladu, senatore uscente imputato per peculato. E non mancano le impresentabili new entry, come quella del giornalista Augusto Minzolini, in lista a sorpresa in Liguria nonostante un processo in corso, anche lui per peculato, per le spese fatte con la carta di credito Rai da direttore del Tg1.