Cosa dire di “L’industria della carità” (ed. Chiarelettere), il libro di Valentina Furlanetto che indaga sul mondo del no profit? Un pasticcio dove si mescolano tutto e il contrario di tutto, rivelando – nella migliore delle ipotesi – una scarsa conoscenza di un settore del quale dovrebbe essere esperta (si occupa di economia e temi sociali per Radio 24 – Sole 24 ore).

Questo blog non è una recensione in piena regola: altri nomi si sono già espressi, fuori dal battage pubblicitario delle anticipazioni giornalistiche. Valga per tutti il giudizio di Stefano Zamagni, economista esperto in no profit, già presidente dell’Agenzia delle Onlus, che a proposito del libro afferma: “Un lavoro scientificamente inconsistente, dati e casi presi qui e là senza nessuna coscienza, peggio, direi quasi senza nessuna conoscenza del tema e dei contesti”.

Qui si vuole proprio dare evidenza di questa confusione dei dati raccolti, della mancanza di spirito critico della Furlanetto, e lo vogliamo fare a partire proprio dai passaggi del libro che riguardano Greenpeace. Vista la natura del blog, qui se ne parla in forma ridotta, con l’avvertenza che una versione più estesa del testo è pubblicata sul sito di Greenpeace Italia.

1. Nel libro si scrive che “Greenpeace, numeri alla mano, fa un’abbuffata di spese di marketing e promozione”. È una fotografia molto parziale. Greenpeace rifiuta ogni finanziamento da parte di governi, aziende, istituzioni, per farsi sostenere solo dalle singole persone. Come a suo tempo spiegato alla Furlanetto stessa (che si è ben guardata dal riportare alcunché…), contattare le persone una a una, invece che stare in un ufficio ad attendere soldi elargiti magari proprio da chi distrugge il pianeta, ha un costo maggiore e questo ovviamente si riflette nei bilanci. Per quanto riguarda i numeri, nel 2005 Greenpeace Italia destinava alle campagne in difesa dell’ambiente circa 500 mila euro. Nel 2012 si è avvicinata a 2,8 milioni di euro. Miracolo? Moltiplicazione dei pani e dei pesci? No, si tratta dei risultati degli investimenti nella “raccolta fondi” (qui il nostro bilancio).

2. La seconda accusa è demenziale. Si riferisce ai primi giorni del 2002, quando Lord Melchett – un noto attivista e ambientalista inglese – annuncia di avere accettato una consulenza per Burson-Marsteller, che ha tra i suoi clienti la Monsanto, combattuta per i suoi prodotti OGM quando Melchett era direttore di Greenpeace UK. La Furlanetto scrive che “Lord Melchett è rimasto nel consiglio d’amministrazione di Greenpeace International”. La verità è che l’11 gennaio – cioè subito dopo l’annuncio – si era già dimesso: trattasi di bufala, e non di quelle da mangiare…

3. A seguire, un elenco di accuse lanciate da “ex” di Greenpeace. La Furlanetto copia e incolla testi disponibili in maniera seriale su decine di blog anti-ambientalisti. Protagonisti principali Patrick Moore, che nel 1971 era stato tra i fondatori di Greenpeace (vero), e Paul Watson, espulso nel 1977 perché contrario alla nonviolenza. Se invece di copiare avesse studiato le fonti, l’autrice avrebbe scoperto che Moore prende soldi dalle aziende del legname e del nucleare e in maniera non sorprendente afferma che le foreste possono essere tranquillamente tagliate a raso o che l’energia nucleare è innocua. Tra una cosa e l’altra difende persone come i generali argentini, tanto “la gente viene uccisa ovunque”… Quanto a Watson, il documentario che racconta le sue gesta con Sea Shepherd, l’organizzazione che si distingue per la difesa delle balene e gli attacchi a Greenpeace, s’intitola “Confessioni di un ecoterrorista”: le ragioni della sua ostilità sono tutte lì.

4. Per chiudere in bellezza, la Furlanetto scrive che “Greenpeace ha stretto accordi molto pragmatici con diversi gruppi”. Per esempio la Coca-Cola, lodata per l’impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica ed eliminare gli idrofluorocarburi (gas serra ancora più potenti) dai suoi frigoriferi. Ma Greenpeace è anche questa, e l’autrice lo avrebbe capito se – almeno – avesse letto le poche righe della sua missione: “Greenpeace è un’organizzazione globale indipendente che sviluppa campagne e agisce per cambiare opinioni e comportamenti, per proteggere e preservare l’ambiente e per promuovere la pace”. Se non prova a cambiare i comportamenti delle multinazionali, e delle istituzioni, di chi si deve occupare Greenpeace per proteggere il Pianeta?

Gli esempi potrebbero continuare, ma la sostanza è quella esposta. “L’industria della carità” non contiene niente che possa aiutare Greenpeace, come altre organizzazioni, a correggere gli errori sicuramente presenti nell’attività quotidiana. Solo un affastellarsi di accuse note, tante e tante volte smentite, opera di persone piene di rancore e a volte prezzolate. Una delusione, perché è evidente che il libro poteva essere un’occasione di riflessione per un mondo – quello del no profit – dove non sono assenti ambiguità e connivenze. Resta solo un dubbio: questo risultato è causato da superficialità oppure da una precisa intenzione? Ma lasciamo ad altri questo giudizio.

di Andrea Pinchera, direttore Comunicazione e Raccolta Fondi di Greenpeace Italia

La replica dell’autrice, Valentina Furlanetto