Ci sono cose che in Italia non si fanno. Non si discute di denaro a tavola, non si parla di politica con i suoceri, non si toccano le associazioni del terzo settore. Un tabù incomprensibile. Ecco perché sapevo da principio, prima ancora di scriverlo, che L’industria della carità (ed. Chiarelettere) sarebbe stato oggetto di attacchi, ma mai avrei pensato così violenti e vuoti di contenuti. D’altra parte i cosiddetti “buoni” sono tali a patto che li si lasci stare e non si guardi in casa loro. Sia mai che si trova un po’ di polvere sotto il tappeto o qualche scheletro negli armadi. Sia mai che si faccia notare che godono di esenzioni e agevolazioni fiscali proprio in virtù del loro status e che dovrebbero rendere conto di ciò che fanno. Ma stiamo ai fatti.

Mi viene rimproverato di aver scritto un libro “scientificamente inconsistente”, in cui ci sarebbero “dati e casi presi qui e là senza nessuna coscienza”. Credo che analizzare i bilanci delle associazioni non profit e riportare il loro contenuto abbia un suo valore scientifico a meno di considerare tali bilanci poco seri, ma non credo ci si riferisse a questo. Oppure vogliamo considerare irrilevante la recentissima relazione della Corte dei conti (luglio 2012) su 84 progetti realizzati da organizzazioni non governative italiane in 23 paesi dal 2008 al 2010 in cui i giudici contabili hanno trovato di tutto (soldi mai arrivati, progetti fermi o in ritardo da anni, infrastrutture create su terreni di terzi o inesistenti, rendiconti spariti e mi fermo qui per carità di patria)? O il fatto che io raccolga testimonianze inedite che vengono dalle vostre stesse associazioni su prassi inquietanti?

Non è scientifico il rapporto delle Nazioni unite sullo stato del volontariato nel 2011? Non sono scientifici i dati sul valore economico del terzo settore in Italia della Unicredit foundation (aprile 2012)?

Veniamo a Greenpeace:

1) può Greenpeace smentire che nel bilancio 2011 ha speso 2 milioni 482.000 euro per pubblicizzare se stessa e raccogliere fondi e meno di questa cifra, 2 milioni e 349.000 euro, per gli scopi per la quali è nata (salvare balene, foche, foreste, clima, ecc)? Può smentire che c’è un altro milione che va in stipendi, spese di ufficio, affitti (le “spese di supporto”)? Mi pare che questo sia il nodo. E’ vero che “Greenpeace rifiuta ogni finanziamento da parte di governi, aziende, istituzioni, per farsi sostenere solo dalle singole persone”, cosa che io peraltro scrivo nel libro, ma, come alcuni hanno già fatto notare, a bilancio sono elencate anche le eccezioni alla regola (come le aziende che condividono finalità e obiettivi dell’associazione)

2) Lord Melchett, già alla testa di Greenpeace Uk, dopo aver lottato contro Ogm è passato a Burson-Marsteller, dove ha spiegato a clienti come la Monsanto come combattere gli ambientalisti sul loro stesso terreno. Lo ha fatto a gennaio 2002? Sai che notizia. Resta il fatto che, come scrivo, ha fatto un salto un po’ ardito, usando quel che sapeva per gli scopi opposti e proiettando un’ombra inquietante sulla sua presenza in Greenpeace per molti anni. Altro che bufala.

3) Le accuse lanciate da “ex” di Greenpeace arrivano dallo stesso Patrick Moore che su questo ha scritto un libro pubblicato in Italia nel 2011, da un libro di John Mc Comick, da un articolo del Sole24Ore e da un articolo dell’autorevole testata dove Greenpeace si difende, Il Fatto Quotidiano. Le fonti sono tutte puntalmente citate. Sulle posizioni pro nucleare Di Moore si potrebbe discutere.

4) Il fatto che Greenpeace stringa accordi molto pragmatici con diversi gruppi è nello statuto ma mi risulta che lo stesso Kumi Naidoo, capo supremo di Greenpeace international, ammetta che di queste aziende con cui stringe accordi solo “il 10 per cento ha compreso la necessità di cambiamenti sostanziali”.

Infine, per quanto riguarda poi il professor Stefano Zamagni, che ha definito il mio libro “scritto sul niente” senza entrare assolutamente nel merito delle questioni che il libro pone, mi chiedo se non abbia perso lui un’occasione visto che è a capo dell’Agenzia delle Onlus da anni e i problemi restano sul tavolo: non esiste l’obbligo per queste associazioni di pubblicare il bilancio economico o di dare conto dei risultati di ciò che fanno. Ha dialogato per anni con Comunione e liberazione e Compagnia delle Opere con le quali condivide l’idea che per far migliorare il Paese basti consentire all’economia non profit di espandersi ed espandersi, affidandole tutti i compiti che erano dello Stato quando ancora si occupava di welfare e detassando tutto il detassabile.

di Valentina Furlanetto