Il mondo FQ

Gli alleati degli incendi: oltre al clima, il vuoto dopo l’abbandono dei campi. L’esperto: “Il fuoco gestisce i nostri boschi”

Antonio Nicoletti, responsabile delle Aree protette e biodiversità di Legambiente: "In 50 anni, l’Italia ha raddoppiato la superficie forestale, da 6 milioni a 12 milioni di ettari, ma non c'è pianificazione, né sorveglianza"
Gli alleati degli incendi: oltre al clima, il vuoto dopo l’abbandono dei campi. L’esperto: “Il fuoco gestisce i nostri boschi”
Icona dei commenti Commenti

Gli incendi non danno tregua, ma non è solo a causa della crisi climatica, con l’aumento delle temperature, la siccità prolungata e l’inaridimento della vegetazione che trasforma boschi, aree rurali e margini urbani in un serbatoio di combustibile. Lo dimostra la cronaca delle ultime settimane, in Europa e in Italia. C’è un altro fattore comune ai luoghi dove il fuoco corre più velocemente: in vaste aree del Paese, soprattutto nelle zone interne, collinari e montane, l’abbandono delle attività agricole, pastorali e selvicolturali ha aumentato la quantità di biomassa disponibile, ma anche la sua continuità spaziale. Perché dove un tempo c’era un mosaico di coltivi, pascoli, boschi gestiti e spazi aperti capace di interrompere la propagazione del fuoco, oggi c’è una ‘saldatura’ tra superfici boscate, arbusteti, incolti e margini urbanizzati. Ergo: non è aumentata solo la quantità di vegetazione disponibile a bruciare, ma anche la possibilità che il fuoco trovi percorsi continui lungo cui correre. “Il cambiamento climatico è l’acceleratore. Da una parte c’è la mano dell’uomo, perché gli incendi sono quasi tutti di origine dolosa o colposa, dall’altra gli ‘alleati’ di questi roghi, come il cambiamento climatico e la mancata gestione del territorio dopo l’abbandono” spiega a ilfattoquotidiano.it Antonio Nicoletti. Responsabile nazionale delle Aree protette e biodiversità di Legambiente, è tra gli autori del recente report “L’Italia in fumo” pubblicato dall’associazione.

Come e perché in Italia sono cresciute le aree a rischio incendio

Un dossier nel quale si mettono in fila questi ‘alleati’ degli incendi, dall’abbandono delle aree rurali interne e montane, all’insufficienza delle politiche pubbliche di prevenzione. Si punta, infatti, a spegnere le fiamme invece di investire con continuità nella pianificazione, nella selvicoltura preventiva, nella manutenzione e nel controllo del territorio, contrastando i reati ambientali collegati agli incendi. “Negli ultimi 50 anni, l’Italia ha raddoppiato la superficie forestale, passata da 6 milioni a 12 milioni di ettari e, contestualmente, il bosco ha conquistato delle aree che erano prima aree agricole” racconta Nicoletti. Basti pensare che dal 1982 al 2020 l’Italia ha perso circa il 64% delle sue realtà agricole, passando da oltre 3 milioni a poco più di 1,1 milioni di aziende. “Dal 1980 al 2020 – aggiunge l’esperto – la superficie agricola utilizzata è diminuita di oltre il 20 per cento. E non sono stati i pannelli a terra, come riferiscono tutte quelle fake news che sento in giro. È stato un cambio strutturale del nostro Paese. L’abbandono delle aree interne e dell’agricoltura è stato il primo fattore di cambiamento”. La domanda è legittima: la crescita dei boschi non è qualcosa di positivo? “Sì, ma se aumenta il bosco, bisogna saperlo gestire, perché in Italia non possiamo permetterci gli incendi della Savana o quelli dello Yellowstone. Viviamo in un Paese fortemente antropizzato e ogni rogo mette a rischio natura, animali, ma anche persone e beni”.

Il mosaico interrotto che fa largo agli incendi

L’aumento del bosco che, da un lato, ha portato una maggiore capacità di assorbire l’anidride carbonica, dall’altro ha modificato e reso meno vario il mosaico di biodiversità delle aree aperte. “Questo cambiamento non l’abbiamo gestito. In Italia – commenta il responsabile nazionale delle Aree protette e biodiversità di Legambiente – l’abbandono è stata la strategia principale di conservazione della natura e queste cose bisogna dirsele”. Buona parte degli incendi parte anche da aree urbane di interfacce, dove non c’è alcuna manutenzione. E da lì si propaga. “Quando le aree aperte sono coltivate, si trova una discontinuità, una ‘interferenza’ e la propagazione del fuoco diventa più difficile”. L’abbandono, quindi, porta con sé anche l’omogeneità del paesaggio forestale e l’interruzione di quel ‘mosaico’ di biodiversità che ha il potere di bloccare gli incendi. “Questa difesa non c’è più, soprattutto in montagna abbiamo perso le aree agricole, perché non c’è più gente. E non possiamo permetterci di creare fasce tagliafuoco ovunque, perché così rischiamo davvero di modificare il paesaggio”. Le fasce tagliafuoco sono strisce di terreno prive di vegetazione (o anche con alberi tagliati) che possono essere larghe fino a una cinquantina di metri, create nei boschi proprio per fermare o rallentare la corsa degli incendi. “Si facevano una volta – replica – ma quelle che venivano utilizzate negli anni Ottanta oggi sono superate, a meno che non ci sia un evidente rischio, perché fratturano il bosco”.

Nicoletti (Legambiente): “Fuoco e incendiari gestiscono i boschi”

E allora, si torna al punto centrale: in Italia, solo il 20 per cento dei boschi ha un piano. “Significa che siamo in balìa del fuoco, che è il gestore dei boschi”. Il risultato? Nel 2025 ci sono stati 100mila ettari attraversati dalle fiamme. “Contestualmente – aggiunge – se si vanno a leggere i numeri del database del ministero dell’Agricoltura, risultano 72mila euro di boschi tagliati illegalmente. Credo che sia un dato sottostimato ma, anche così, vuol dire che la gestione forestale nel nostro Paese la fanno gli incendiari, perché non c’è pianificazione, né sorveglianza, né gestione”. E qui entra in gioco la legge 353 del 2000. Prevede dei vincoli che si attivano nel momento in cui i carabinieri forestali inviano ai Comuni le cartografie delle aree. A quel punto i Comuni devono stabilire che per 15 anni non è permesso il cambio di destinazione d’uso, per 10 anni non si esercita il pascolo o la caccia, per 5 anni non si fa forestazione finanziata con fondi pubblici in quelle aree. “L’anno scorso, l’82 per cento dei 637 comuni che hanno avuto almeno un ettaro andato a fuoco sono piccoli o piccolissimi. Non c’è più nessuno. Non solo a livello di popolazione, ma anche negli uffici dell’Ente. Come fanno, dunque, questi Comuni – sottolinea Nicolini – a fare il catasto delle aree? Dove sono le Regioni? Che fa lo Stato? Scaricano le responsabilità sugli altri. Quando si inviano i canadier, abbiamo già perso la partita. Il tema degli incendi boschivi si deve governare tutto l’anno, pianificando i boschi e le foreste, gestendo il territorio abbandonato e dando risorse a chi deve rispettare le leggi e non è capace”.

Dal Pollino al Vesuvio: storie di devastazione e rinascita

Nel report di Legambiente, si racconta anche come a parità di copertura forestale, è la gestione a fare la differenza nei singoli casi. Alcune regioni ad alto indice di boscosità riportano meno danni, come Toscana ed Emilia-Romagna, mentre in contesti a boscosità medio-bassa come la Sicilia si assiste alla devastazione dei territori. Questo può dipendere dall’elevata infiammabilità di alcune formazioni vegetali mediterranee, ma anche dall’inadeguatezza della gestione forestale locale o da una pressione dolosa mirata. Il Pollino, in Calabria, è stato al centro di una vera e propria emergenza nei giorni scorsi. L’incendio ha riguardato, in particolare, un tratto che si trova al confine del parco e che attraversa l’autostrada. Nicoletti conosce bene quell’area. “Su quello stesso punto, nel 2017, c’è stato un incendio simile. Percorro spesso quella strada – racconta – e in questi dieci anni ogni volta che sono passato vedevo delle vacche al pascolo. Mi viene il dubbio: il divieto di pascolo e di caccia è stato fatto rispettare? Bisogna fare applicare la legge. I Comuni che non lo fanno non devono avere finanziamenti pubblici”. Nel Lazio, invece, c’è il Comune di Marcetelli, in provincia di Rieti. Cinquantatré abitanti e il 95 per cento di copertura forestale. “Significa che questo Comune con poche case e le strade attorno – racconta l’esperto – è circondato dal bosco. Vogliamo lasciarlo da solo o gli spieghiamo che bisogna gestire quel 95%?”. Gestire significa anche valorizzare e fare in modo che il rischio potenziale si riduca: il bosco indebolito da siccità e parassiti è più predisposto ad andare a fuoco. Tra l’altro, i cambiamenti climatici stanno offrendo anche un’altra lezione, ossia che alcune specie sono più resistenti di altre. “La ricostruzione che è stata fatta dopo il devastante incendio delle pinete sul Vesuvio – spiega – ha previsto la piantumazione di specie mediterranee, che hanno un valore ecologico significativo, ma anche una maggiore capacità di resilienza”.

Cosa sta facendo l’Europa. E cosa manca

L’Unione europea ha finanziato la Strategia sulle aree interne. “È stata un fallimento totale rispetto alla spesa, al di là del fatto che non poteva essere solo quella strategia a mettere una pezza a un cambiamento più profondo” commenta Nicoletti, secondo cui la strategia ha dimenticato “l’obiettivo più importante, ossia quello di riportare le persone a vivere nei luoghi che sono stati abbandonati”. Siamo ora alla vigilia del lancio di un’altra strategia, la Right to Stay (Diritto a rimanere nella propria terra). E poi c’è la Politica agricola comune, un terzo del bilancio europeo. “Dovrebbe aiutare chi coltiva biologico e le piccole aziende, che continuano a morire, invece – scritta da Coldiretti contro la logica di tutela della natura – ha finora avuto un’impostazione con cui si sostiene chi ha la pancia già piena” commenta l’esperto. Quanti sono i fondi che arrivano dalla Pac alle foreste? Le foreste non ricevono pagamenti diretti a ettaro (fondi del primo pilastro Pac), ma sono finanziate tramite il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. “Per le foreste arriva una miseria. Perché i trattati europei non contengono disposizioni specifiche. In Unione europea, le foreste non hanno una direzione generale ad hoc. Dipendono da clima, biodiversità, agricoltura, sviluppo economica. Sono una Cenerentola, considerate un margine, anche se rappresentano più del 50% dei Siti Natura 2000”. Eppure tanto si potrebbe fare con i fondi della Pac, come spiega Legambiente: “Incentivare il recupero delle terre abbandonate, finanziare interventi di riduzione del rischio potenziale, la manutenzione delle aree rurali e di interfaccia e migliorare il coinvolgimento degli allevatori, scoraggiando le vecchie pratiche di abbruciamento del fogliame nei periodi a rischio, prevedendo alternative concrete e adottando il pascolo prescritto per la prevenzione”.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione