Ho sempre guardato con simpatia i “complottisti”, ammirandone la capacità di interconnettere fatti e persone e soprattutto invidiandone la grande disponibilità di tempo per dar luogo ai più bizzarri esercizi di “linking”.

A voler soffiare sul fuoco del loro falò costantemente acceso, ho preso atto di una segnalazione inerente una strana combinazione in capo al “prosecutor”, ovvero al pubblico ministero, che ha condotto le indagini su Aaron Swartz.

Il magistrato in questione si chiama Stephen Heymann e in questi giorni è divenuto famoso perché su di lui gli amici di Aaron fanno convergere pesanti accuse di istigazione al suicidio, mentre l’avvocato Elliot Peters gli contesta una fermezza – nello specifico caso – non basata su principi professionali ma sulla voglia di apparire e farsi pubblicità.

Il personaggio è considerato un mastino nel campo delle investigazioni tecnologiche, famoso per il “caso TJX” che gli ha fatto meritare un premio molto ambito, l’“Attorney General’s Award for Distinguished Service” con una sfavillante motivazione: “per aver diretto la più importante indagine sulla pirateria informatica e sul furto di identità che sia mai stata condotta negli Stati Uniti d’America”.

Questo autorevole inquirente, adesso, è protagonista di una originale coincidenza.

Nella sua carriera istituzionale, fitta di successi, nel 2008 ha indagato un giovane hacker, “JJ” nei sotterranei della Rete (almeno secondo le supposizioni contenute nei fascicoli giudiziari), Jonathan James all’anagrafe.

Jonathan, che non avrebbe ancora trent’anni, era nato il 12 dicembre 1983. Come tanti suoi omologhi, si era guadagnato un pedigree criminale di tutto rispetto appena quindicenne e non ne aveva ancora sedici quando si è beccato la prima condanna a sei mesi di “domiciliari” dopo una serie di scorribande telematiche. La sua precocità gli aveva fatto meritare un posto nell’Olimpo degli hacker, con tanto di citazione nella top ten dei più famosi. La sua straordinaria intelligenza aveva sbalordito anche le menti di più eccelsa vivacità e forse solo un genio della sua caratura poteva risultare capace di certe rocambolesche gesta.

Ma forse non era lui il “JJ” a cui davano la caccia. Nel giro era conosciuto con un altro nickname, “c0mrade”, e lui fino all’ultimo ha cercato di gridare la sua estraneità ai fatti contestati.

“Non ho alcuna fiducia nel «sistema giustizia». Forse queste mie azioni di oggi, e questa lettera, manderanno un messaggio forte al pubblico. In ogni caso, ho perso il controllo della situazione e questa è l’unica via che mi rimane per riguadagnarlo” ha scritto nel suo ultimo messaggio.

La mattina del 18 maggio 2008 è entrato nella doccia di casa e si è sparato un colpo alla testa.

Più della rivoltellata è rimbombato l’estremo saluto.

“Ricordatevi che la questione non è se voi vincete o perdete, ma è se io vinco o perdo, e finendo in prigione per 20, 10 o anche solo 5 anni per un crimine che non ho commesso non significa che io abbia vinto. Io muoio libero”.

umberto@rapetto.it