Enzo Di Totaro faceva parte del Comitato vittime del petrolchimico. Chiedeva che si facesse luce sulle conseguenze di quell’industria in città. Non immaginava che sarebbe stato proprio lui il primo lavoratore su cui avremmo riscontrato l’angiosarcoma al fegato, che in sei mesi lo ha portato alla morte. Un tumore rarissimo, finora l’unico diagnosticato a Brindisi con certezza. Se fosse stato scoperto prima, avremmo avuto anche qui un processo come quello celebrato per Porto Marghera”. Mentre ne parla, Maurizio Portaluri abbassa gli occhi. E’ il direttore di Radioterapia all’ospedale Perrino e di nuovi casi di neoplasie ne accerta almeno uno al mese. Ma nella sua testa a rimanere stampata è l’immagine di quell’uomo dal respiro sfiancato, il respiro che è diventato l’affanno di tutta Brindisi, la Taranto dimenticata di Puglia.

C’è una novità, ora, a togliere il sonno anche a chi crede di aver visto abbastanza. Dal 27 dicembre, ha assunto validità scientifica l’indagine sul rapporto tra inquinamento industriale e malformazioni neonatali. Lo studio, condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Lecce, ha ottenuto la pubblicazione sulla rivista BMC Pregnancy and Childbirth ed è entrato a far parte delle banche dati della letteratura mondiale. Dimostra che, su 8.503 nuovi nati da madri residenti a Brindisi,194 hanno avuto anomalie congenite. Una media di 228,2 ogni 10mila bambini a fronte di quella europea di 165,5. Sono le malattie coronariche le più preoccupanti. In 83 casi, infatti, sono stati riscontrati disturbi congeniti al cuore. Un tasso di 97,6 ogni 10mila neonati, un terzo al di sopra di quello europeo. E con un 10,8% di probabilità media di morte perinatale.

C’entrano i veleni industriali? “I fattori di rischio ambientali – è scritto nella ricerca – possono giocare un ruolo importante nella nascita dei disturbi cardiaci congeniti. Inquinanti di interesse per l’impatto sulla salute comprendono il biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio, l’ozono, il particolato, metalli pesanti e composti organici, in particolare diossine e furani, policlorobifenili, idrocarburi policiclici aromatici (Ipa)”. C’è tutto questo nell’aria, nel suolo e nel sottosuolo di Brindisi, città che dal 1986 è inclusa tra quelle ad elevato rischio di crisi ambientale, dal 1997 è tra i 57 Siti di interesse nazionale, dal 1998 è nel Piano nazionale di disinquinamento, nel 2007 ha visto vietare la coltivazione dei terreni vicini alla centrale di Cerano, nel 2011 ha subito l’interdizione totale della zona di Micorosa, cinquanta ettari di “area regionale protetta” in cui sono stati sotterrati rifiuti.

Città in cui, stando al rapporto dell’Agenzia Europea sull’Ambiente, ogni anno si producono danni sanitari per 700milioni di euro, ma che, per sapere cosa sputano fuori le ciminiere, deve affidarsi alle autocertificazioni delle industrie, non ha sistemi di monitoraggio in continuo dei camini, non ha enti terzi che ispezionino il combustibile bruciato,dispone di una sola centralina per rilevare gli Ipa. Falle che fanno il paio con quelle che dovrebbero fotografare lo stato di salute. Mancano gli accertamenti sulla popolazione lavorativa dei grandi impianti. Per le incidenze tumorali, l’indagine è stata diluita su tutta la provincia e ridotta a un solo anno.“Continuare a presentare così i dati – spiega il dottor Portaluri – favorisce il formarsi di una idea per cui si può abitare intorno o sopra aree inquinate, senza che la popolazione subisca alcuna conseguenza. Possono crederci solo gli ingenui. Abbiamo interi quartieri a ridosso delle fabbriche, divisi dall’area del Sito nazionale da una stradina. Non sono mai stati fatti rilievi mirati, come quelli disposti dalla magistratura per i Tamburi di Taranto”. 60km separano Brindisi dalla città dell’Ilva. Un abisso in termini di presa di coscienza, perché “lì le polveri rosse danno un colore al problema, costringono tutti a guardarlo. Qui i segni visibili sono ridotti. E ciò rende più vischiosa l’insidia”.

Nella zona industriale, 114kmq lungo 30km di costa, il crepuscolo stempera le sagome degli ex colossi di Stato. Hanno altri nomi, ma si continua a chiamarli con i vecchi. Il petrolchimico è sempre la “Montecatini”, anche se oggi è in mano a Versalis e Syndial, società figlie dell’Eni, che qui controlla anche la centrale a gas di Enipower. Il polo elettrico è ancora l’“Eurogen”, sebbene ora sia diviso tra Edipower ed Enel Nord, centrali a carbone sorelle minori di quella a sud, intitolata paradossalmente a Federico II. Un mastino da 60Gw al giorno, costruito vent’anni fa sulle spiagge dorate di Lido Cerano, 270 ettari di cui 11 di carbonili scoperti. In mezzo, i nuovi arrivati. Lo zuccherificio a biomasse; la farmaceutica Sanofi Aventis; la Basell, il più grande produttore mondiale di polipropilene; la Chemgas e i depositi di propano; la discarica di rifiuti pericolosi con annesso inceneritore.

Dopo il terremoto giudiziario di Taranto, anche Brindisi ha sperato in una svolta, quantomeno in uno scossone. L’apertura, lo scorso 12 dicembre, del primo processo penale sull’ambiente violato ha visto assenti tutti i quindici dirigenti dell’Enel. Oggi la seconda udienza, ma intanto rimane l’amaro in bocca. “E’ un procedimento al ribasso. Il capo d’imputazione – rimarca Portaluri – è per getto pericoloso di cose e danneggiamento aggravato, insudiciamenti ed imbrattamenti ai terreni e alle colture. Non c’è posto per i danni alla salute”.

(foto di Emiliano Buffo)