La centrale Enel di Cerano

Le polveri nere di Brindisi finiscono nella bufera giudiziaria. Chiuse le indagini preliminari nell’ambito dell’inchiesta sulla più grande centrale a carbone d’Europa, quella che Enel ha costruito trent’anni fa su uno dei litorali più incontaminati della costa pugliese, a Cerano. Le informazioni di garanzia sono state notificate a quindici indagati, tra i quali i più alti dirigenti della centrale Federico II. Tutti accusati di non aver adottato o di aver omesso di “proporre e segnalare la necessità dell’adozione di accorgimenti tecnici idonei a scongiurare la ripetuta diffusione, oltre il recinto aziendale, di polveri di carbone o comunque a contenere tale diffusione al di sotto della soglia della normale tollerabilità”.

I sostituti procuratori del Tribunale di Brindisi, Giuseppe De Nozza e Myriam Iacovello, lo mettono nero su bianco nelle pagine con cui chiudono un’inchiesta lunga tre anni, avviata a seguito delle indagini condotte dagli uomini della Digos, sotto il comando del vicequestore Vincenzo Zingaro. Anzi, i magistrati si spingono oltre, parlando di un vero e proprio “disegno criminoso”, quello concretizzatosi nell’aver “scaricato, trasportato e stoccato milioni di tonnellate di carbone su una superficie a cielo aperto di 125mila metri quadri”, senza l’adozione delle accortezze necessarie per mitigare l’impatto. L’elenco di quali potevano essere e non sono state è lungo e vario, prima fra tutte “la copertura del parco carbone”. La procura brindisina lo ricorda, ripercorrendo le misure che avrebbero potuto essere messe in piedi, come “la stabile chiusura del nastro trasportatore del carbone e delle relative torri di scarico, l’installazione di efficaci sistemi di abbattimento delle polveri, una più efficace pulizia del nastro trasportatore”, fino alla “messa in esercizio di un sistema di monitoraggio”.

Niente di tutto questo è stato fatto. Per undici anni consecutivi. L’aggravante, difatti, è quella di “aver commesso il fatto su beni immobili, su cose esposte alla pubblica sede e su viti, alberi e arbusti fruttiferi, dall’anno 2000 al mese di agosto 2011”. Oltre un decennio, di cui parlerebbero i file contenuti negli hard disk dei vertici della Federico II e ritrovati dagli uomini della Digos.

I dodici avvisi di garanzia iniziali sono aumentati a quindici. Tra gli indagati non ci sono solo dirigenti e quadri della centrale Enel, tra cui Antonino Ascione, attuale responsabile dell’unità business di Cerano, e Fausto Baffi, responsabile dell’unità organizzativa. Nell’inchiesta sono finiti anche i legali rappresentanti delle ditte che curano il trasporto del carbone su gomma e la pulizia del nastro trasportatore, vale a dire Aldo Cannone della Cannone srl e Luca Screti della Nubile srl.

Le indagini sono partite da esposti presentati, nel 2009, da alcuni proprietari dei terreni intorno a Cerano. Su almeno ventitré di questi, fino all’agosto scorso, accertamenti tecnici, filmati, immagini e documenti raccolti dalla Digos proverebbero l’inquinamento da carbone. Esito molto simile a quello a cui era giunta una perizia della procura, curata, sempre nel 2009, dal consulente Claudio Minoia e in cui si faceva esplicito riferimento a “dispersioni significative di polveri dal deposito del carbonile”.

Certo, per il momento la terra intorno alla Federico II rimane bruciata, non coltivabile, in seguito ad un’apposita ordinanza dell’ex sindaco Domenico Mennitti. Secondo gli esposti dei cittadini, però, la polvere nera non avrebbe provocato solo danni alle colture. Depositandosi sui grappoli d’uva, sarebbe stata anche la causa di neoplasie e conseguenti decessi tra gli agricoltori della zona.

L’avviso di conclusione delle indagini, tuttavia, non accenna a questo. I reati ipotizzati sono quelli del concorso continuato in getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato e deturpamento di edifici e colture agricole, non di possibili danni alla salute. Sebbene per il momento non ci sia un filone d’indagine anche su questo, la separazione delle due ipotesi di reato, però, è probabilmente la strategia adottata dalla procura brindisina per cercare di chiudere, in tempi ragionevoli, almeno il capitolo ambientale.

Enel, da parte sua, si affida a una controperizia di parte che proverebbe la conformità del carbonile e la regolarità del trasporto. E, in una nota, fa sapere che prova “stupore per un’iniziativa che arriva mentre sono in corso proficui incontri con le istituzioni locali e nazionali per definire interventi finalizzati alla riduzione dell’impatto sull’ambiente delle attività della centrale. Un impegno assunto da tempo con il territorio”. Il chiaro riferimento è al progetto da cento milioni di euro di copertura dei depositi di carbone, annunciato un anno fa ma che ancora tarda ad arrivare.