Mancano ormai poco più di due settimane alle elezioni israeliane, fissate per il 22 gennaio e la campagna elettorale è entrata nel vivo. Nonostante le promesse iniziali fatte dai principali protagonisti della contesa, tra cui il primo ministro uscente Benyamin Netanyahu e la leader del Partito laburista Shelly Yacimovich, per una campagna elettorale dai toni pacati, il clima politico nel paese è – come sempre – piuttosto acceso.

I sondaggi continuano a dare vincente il partito di Netanyahu e Liberman, Likud Beitenu. Secondo il sito progressista 972Mag, che analizza ogni settimana i sondaggi pubblicati sulla stampa israeliana e ne fa una media, Likud Beitenu si attesta tra i 34 e i 35 seggi, su 120 in palio, un po’ meno di qualche settimana fa. I consensi persi sembrano andati a un altro partito di destra, Bayit Yehoudi, che arriverebbe a quasi 14 seggi. Il Partito laburista è sulla soglia dei 18 seggi, senza alcuna speranza di poter arrivare a formare un governo alternativo a quello delle destre, anche contando sull’appoggio del Meretz (circa 4 seggi) ed eventualmente dei partiti non sionisti della Knesset (Balad, Ram-Taal e Hadash) che assieme arrivano a una decina di seggi. Al centro, una ventina di seggi sono divisi equamente tra Hatnua, la nuova formazione guidata da Tzipi Livni – ex leader di Kadima – e Yesh Atid, il nuovo partito dell’anchorman televisivo Yair Lapid. Tra il blocco centrale e quello di destra (possibili alleati dopo le elezioni), c’è il gruppo dei partiti religiosi: Shas (11 seggi), Yahadut HaTorah (6 seggi, è il partito ultraortodosso ashkenazita) e Am Shalem (2 seggi circa). Nei calcoli di 972 Mag il “blocco di destra” supera di poco la maggioranza assoluta, con 64 seggi, mentre quello di “centrosinistra” – per ora solo virtuale – si ferma a 55.

In questo scenario di estrema frammentazione, la leader del Partito laburista ha escluso che nel futuro immediato ci possa essere una nuova “grande coalizione” con Netanyahu, soprattutto per le divergenze in materia di politica economica interna. Yacimovich si propone di “curare la società” israeliana dai molti mali che la affliggono a partire dalla questione sociale esplosa con le proteste di massa dell’estate 2011. Non senza cercare, come spiega Ari Shavit su Haaretz, di recuperare i valori di una parte del movimento sionista, quella che portò, per esempio alle manifestazioni pacifiste contro il massacro di Sabra e Chatila in Libano nel 1982.

Tuttavia Yacimovich e il Labor non si sentono ancora abbastanza forti per sfidare il movimento dei coloni e la comunità degli ultraortodossi. Il piano a cui la sfidante di Netanyahu aspira è quello di Bill Clinton del 2000, con Israele che mantiene una parte degli insediamenti costruiti oltre la Linea verde del 1967 – illegali secondo la legge internazionale – in cambio eventualmente di alcuni scambi di territori con i palestinesi.

Attacchi molto duri alla leadership di Netanyahu, invece, sono arrivati dall’ex capo dello Shin Bet, il servizio di intelligence interno. In una intervista al quotidiano Yedioth Aharonot, Yuval Diskin ha detto che “c’è una crisi di leadership che vista da vicino è anche peggio di come sembra” e che Netanyahu è “spaventato, indeciso e restio ad assumere responsabilità”. Peggio ancora, il primo ministro in carica è “ossessionato” dall’Iran. Diskin ha descritto in dettaglio riunioni di sicurezza del governo in cui “Bibi” e il ministro della difesa Ehud Barak fumavano sigari e bevevano whisky: una scena che secondo lui “è meglio di mille parole” sul fatto che né l’uno né l’altro sono in grado di anteporre gli interessi nazionali a quelli personali.

In un quadro così aspro, non mancano le iniziative di protesta. Come quella di un gruppo di giovani attivisti israeliani, palestinesi e internazionali che su Facebook ha lanciato il 26 dicembre scorso una pagina per “dare il voto” ai milioni di palestinesi che vivono ancora sotto diretto o indiretto controllo israeliano e che non hanno voce in capitolo sulla politica israeliana. Il meccanismo è semplice: sulla pagina Real Democracy gli utenti israeliani possono “offrire” il loro voto a un utente palestinese e accettare le sue indicazioni su come votare. Gli utenti iscritti finora sono alcune centinaia e chiaramente si tratta di una campagna di protesta e provocazione, anzi, come scrivono gli attivisti, di un “atto di rifiuto, di ribellione democratica”. Però uno di quelli che riescono a far sentire una voce diversa e a far vedere una prospettiva diversa anche nel frastuono di una campagna elettorale.

di Joseph Zarlingo