L’uno due è arrivato a stretto giro. Vladimir Putin ha firmato la legge che, tra gli altri provvedimenti, vieta alle famiglie statunitensi l’adozione di bambini russi. Quasi in contemporanea i giudici della corte distrettuale di Tverskoi a Mosca hanno assolto Dmitry Kratov, l’unico alto funzionario sotto processo per la morte in carcere nel 2009 dell’avvocato Sergei Magnitsky. Il defunto legale della Hermitage Capital, che prima di finire in carcere denunciò presunti casi di frode che coinvolgevano funzionari russi, dà il nome alla legge approvata all’inizio del mese del Congresso statunitense che mette al bando i funzionari coinvolti nella sua morte e più in generale che si sono macchiati di violazioni dei diritti fondamentali.  

Il bando alle adozioni è la rivalsa russa alle decisioni dei parlamentari Usa. La legge è considerata una nuova tegola sul già difficile rapporto tra Mosca e Washington, segnato quest’anno dal giro di vite russo contro le organizzazioni non-governative che ricevono finanziamenti esteri e dalla questione siriana. Per i critici, il governo russo sbaglia a sfruttare bambini e bambine nella diatriba con gli statunitensi. Asseconda inoltre i sentimenti dei nazionalisti che considerano alla stregua di un’umiliazione lasciare che i figli della Russia siano accuditi e fatti crescere all’estero. Fattori emotivi che ricorrono già nel nome della legge dedicata al piccolo Dima Yakovlev, morto nel 2008 ad appena due anni perché dimenticato per ore in macchina dai genitori adottivi statunitensi. Il padre fu poi assolto dall’accusa di omicidio colposo. Nel 2010 fece invece scalpore il caso di una bambino di sette anni rispedito in Russia dalla madre statunitense che non voleva più prendersene cura.  

Già nei giorni scorsi, subito dopo il via libera della Duma, Putin aveva fatto capire di non aver problemi a firmare il provvedimento. “Non vedo ragioni per non farlo”, ha detto citato dall’agenzia Ria Novosti. O ancora:“Probabilmente ci sono al mondo molti posti in cui gli standard di vita sono migliori dei nostri. Cosa vogliamo fare, mandare lì tutti i bambini? Trasferirci noi stessi?”. Il tema è stato anche al centro della tradizionale conferenza stampa presidenziale della scorsa settimana con diversi giornalisti che hanno incalzato Putin per conoscere la sua posizione su un provvedimento contro cui avevano sollevato dubbi esponenti del governo come il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e il ministro per gli Affari sociali, Olga Golodets.

L’effetto immediato dell’entrata in vigore del provvedimento dal primo gennaio sarà il blocco di almeno 46 pratiche di bambini pronti a partire per gli Stati Uniti. Martedì la Russia “notificherà l’abrogazione dell’accordo sulle adozioni con gli Usa”, che cesserà di essere valido dopo appena un anno. Nel 2011 sono stati circa tremila i bambini e le bambine dati in adozione all’estero, di questi almeno mille da famiglie statunitensi mentre circa 7.400 hanno trovato casa in Russia. “Il presidente non ha chiare le informazioni sullo stato del welfare per i bambini”, ha spiegato il giornalista Valery Panyushkin, esperto del sistema degli orfanotrofi russi, citato dal Financial Times, “Non ha chiaro che la discussione riguarda tra 130mila e i 150mila bambini e bambine gravemente malati che non possono avere sostegno in Russia”.  

Per prevenire le critiche Putin ha esortato il governo a mettere su tavolo norme che possano garantire migliore assistenza agli orfani e ai bambini adottati. Ma il divieto per le famiglie statunitensi è soltanto la risposta più controversa di Mosca contro la cosiddetta “legge Magnitsky”. Altre norme prevedono di non concedere visti ai cittadini statunitensi accusati di violare i diritti dei russi e il congelamento dei loro fondi nella federazione. Inoltre prevede la messa al bando delle organizzazioni non governative che ricevono finanziamenti dagli Stati Uniti, un inasprimento della legge che costringe le ong finanziate dall’estero a registrarsi come agenti stranieri.

Sullo sfondo resta la morte di Magnitsky. Per i giudici moscoviti Kratov non commise alcun reato né fu colpevole di negligenza nell’assistere il detenuto afflitto da pancreatite. Conclusione diametralmente opposta a quella cui era arrivata una commissione governativa che durante la passata presidenza Medvedev parlò di torture e pestaggi e stabilì che all’avvocato, in carcere perché accusato di aver favorito l’evasione fiscale, non furono garantite cure adeguate. L’assoluzione di Kratov lascia tuttavia aperte molte domande. Gli stessi familiari di Magnitsky sembrano convinti che l’ex vicedirettore del carcere di Butyrka fosse in realtà un capro espiatorio per coprire i veri colpevoli.

di Andrea Pira