L’offensiva contro gli immigrati subsahariani in Marocco non conosce sosta negli ultimi mesi. Decine di immigrati vengono quotidianamente arrestati arbitrariamente a Rabat, Marrakech, Agadir e altrove, e poi respinti alla frontiera. La polizia pesca nel mucchio: rifugiati, famiglie intere, donne incinte e bambini. Alcuni convocati nei commissariati di polizia, altri svegliati nel cuore della notte nei loro appartamenti, oppure beccati per strada. Tutti presi di peso, caricati nei furgoni della polizia e scaricati alla frontiera, con i solo vestiti addosso. Nient’altro…E dopo? Cosa succede dopo?

Dopo si vive il peggiore degli incubi: si resta prigionieri nella ‘terra di nessuno’. Non si può tornare indietro in Marocco, ma non si può neanche andare avanti, anche quando si vuole semplicemente tornare a casa, magari perché stanchi delle angherie, delle umiliazioni e delle violenze subìte. I fucili spianati dei poliziotti di frontiera non consentono più alcun movimento, in qualsiasi direzione. E così, non si può fare altro che attendere la morte nel deserto, che potrebbe venire per fame, per sete o per il freddo. Sembra fantascienza distopica, scene tratte dai libri di Philip Dick o di James Ballard, eppure non è che la cruda realtà di circa 50 immigrati subsahariani, incastrati nel deserto da quasi due settimane, tra la frontiera del Marocco e quella della Mauritania.

Sono cittadini del Camerun, del Congo, dello Zaire, della Costa D’Avorio, del Mali, del Burkina Faso e del Gambia. Due di loro sono bambini, una donna è incinta e diversi sono malati. Tutti rintracciati e prelevati nelle città del nord del paese e, stranamente, non più respinti verso Oujda, la frontiera marocchina con l’Algeria, come spesso accade in questi casi, ma verso sud, al confine con la Mauritania, che ora ha deciso di non consentire più a nessuno l’attraversamento del suo territorio. “Mi hanno convocato insieme ad altre tre persone a Rabat, dove vivevo e lavoravo da più di un anno in un cantiere. Ci hanno confiscato tutti i telefoni cellulari senza darci il tempo di chiamare un avvocato o le Nazioni Unite”, ha raccontato ai giornalisti e diversi attivisti Odilon Athié, giovane rifugiato camerunense che ha lasciato a Rabat la sua compagna senegalese e la loro bambina. Come lui molti altri hanno affermato di essere stati respinti nonostante il loro status di rifugiati: “Sono stato arrestato a Laayoune, dove stavo lavorando da circa un mese come operaio, ma vivo in Marocco da più di 5 anni e la mia carta di rifugiato porta il numero 9180811C00702”, ha riferito Papy Thiélé, congolese. Come lui, molti altri, hanno comunicato i numeri dei documenti che provano il loro status di rifugiati in Marocco. Tra gli immigrati subsahariani incastrati nel deserto, c’è anche chi ha deciso di lasciare spontaneamente il Marocco per tornare a casa, a Burkina Faso, ha raccontato Philippe Julinet, membro del Gadem (Gruppo Antirazzista di Difesa degli Immigrati). E una volta uscito dal Marocco non si può più tornare indietro.

Molte associazioni, come Gadem, Ccms (Collettivo delle comunità subsahariane in Marocco), Alec-Ma (Associazione sull’emigrazione clandestina in Marocco) e altre hanno manifestato il 23 dicembre scorso a Rabat, davanti alla sede dell’ambasciata della Mauritania, chiedendo alle autorità marocchine di fermare i respingimenti e allo stato della Mauritania di consentire almeno il passaggio di quegli immigrati che vogliono tornare nei loro paesi.

Mentre scrivo questo post, una mia cara amica e collega, Mariangela, mi scrive da Rabat per rassicurarmi che fino alle ore 20 di ieri non era morto (ancora) nessuno. Allora cerco di raffigurarmi questo presepe vivente, fatto di donne, uomini e bambini abbandonati nel deserto. Vorrei riuscire a trasmettere il loro dolore, le loro lacrime e le loro urla. O meglio, vorrei avere un ‘total recorder’, quel dispositivo tecnologico, di cui scrive Primo Levi nel racconto “Trattamento di quiescenza”, in grado di trasmettere sensazioni visive, auditive, tattili, olfattive, gustative, cenestetiche e dolorose di esperienze altrui. Vorrei far vivere, dunque, frammenti di vita di questi reietti abbandonati ed incastrati nel deserto (così come di quelli affogati nel Mediterraneo) a tutti coloro che ordinano ed eseguono queste politiche migratorie criminali, ovunque essi si trovino, in Europa come in Africa. Non tanto perché mi illudo di far cambiare loro idea, ma soltanto per distruggere per sempre i loro sonni tranquilli.