Difficile con queste regole elettorali “salire” in politica. Così Mario Monti rimane nel limbo. La sua agenda arriva troppo tardi per condizionare liste e coalizioni. C’è molta vecchia politica. La vera lezione di metodo è quella di mettere al centro la dimensione sovranazionale delle scelte politiche.

di Tito Boeri* (lavoce.info)

Ritorno al passato?

Abbiamo assistito, nella conferenza stampa di fine anno, all’uscita di scena di un Governo che ha contribuito ad allontanarci da un baratro alla greca, se non dalla deriva argentina più volte auspicata da Beppe Grillo, ma che ha anche perso molte opportunità per cambiare davvero il paese. Poche ore dopo c’è stato lo spettacolo avvilente di un goffo e arrogante ritorno in scena di chi ci aveva portato fin sull’orlo dell’abisso. Fra due mesi dovremo eleggere lo stesso eccessivo numero di parlamentari con le stesse regole che riducono la competizione elettorale, a difesa della stessa classe politica che ha fallito. Saranno così, una volta di più, i segretari dei partiti a scegliere chi mandare in Parlamento, magari con la copertura di “primarie” riservate ai capibastone. Con queste regole non è possibile “salire” in politica: si scende e spesso di molto. Pesa l’errore del Governo Monti di delegare alla classe politica la sua autoriforma.

Le eredità di Monti

Mario Monti ha rivendicato i meriti del suo esecutivo. Molto convincenti le sue parole su come è evoluta la percezione del rischio paese nell’ultimo anno, comparando Italia e Spagna. Con Silvio Berlusconi lo spread con la Spagna era diventato positivo (dunque l’Italia veniva percepita maggiormente a rischio della Spagna) aumentando di quasi 300 punti in pochi mesi. Dopo aver pagato questa “Papi’s tax”, abbiamo per fortuna incassato il dividendo di credibilità di Monti che ci porta ad avere oggi 80 punti in meno di spread della Spagna, come prima della crisi dell’estate 2011. Altrettanto vero che senza la riforma delle pensioni e il ripristino della tassa sulla prima casa in Italia, unico paese che un anno fa non ce l’aveva, difficilmente la Bce avrebbe potuto vincere le resistenze a ergersi a difesa dell’euro, intervenendo prima con il programma Ltro e poi con le dichiarazioni (il “whatever it takes”, faremo tutto quanto è necessario per difendere l’euro) di luglio.
Sono queste due riforme l’eredità più importante lasciataci dal Governo Monti e insieme i vincoli invalicabili per chi dovrà governare in futuro. Possono essere migliorate, soprattutto sul versante dell’equità. Ad esempio si possono superare le disparità di trattamento tra diverse categorie di pensionandi, abolendo i ricongiungimenti onerosi e affrontando il problema degli esodati con regole uguali per tutti, anziché con misure tampone per categorie circoscritte. Si può anche rendere la base impositiva dell’Imu più vicina ai valori di mercato degli immobili per evitare di tassare di più chi ha una casa che sul mercato vale di meno di chi paga poco solo perché non è stata fatta una rivalutazione dei suoi estimi catastali. Ma le due riforme, guarda caso varate subito dopo l’insediamento del Governo tecnico nel dicembre 2011, non possono essere cancellate o depotenziate senza dilapidare la maggiore credibilità che ci siamo guadagnati in questo anno. Valgono da sole quasi 300 punti di spread, a regime 50 miliardi di maggiori oneri sul debito.

La dimensione europea

Abbiamo ora finalmente l’agenda Monti. Arriva molto tardi. A ottobre avrebbe avuto un ruolo nel dibattito pubblico, nella formazione delle coalizioni e delle liste. Ad esempio, quei cespugli di riformismo presenti in tutto l’arco politico, cui ha fatto riferimento Monti, avrebbero potuto emergere, dichiarandosi a favore di queste proposte. Il documento “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa” è ormai, come tutti i programmi elettorali, molto generico e ha un tono ministeriale. Quando si è a poche settimane dal voto, è troppo forte l’incentivo a smarcarsi da riforme che inevitabilmente scontentano qualcuno e che sulla carta non rendono gli altri meno scontenti di quanto non siano già oggi. È stato questo, dopotutto, ciò che ha maggiormente inibito l’azione riformatrice del governo. L’equilibrio ABC (Alfano-Bersani-Casini) era molto fragile, tutti avevano incentivi a smarcarsi, come ha poi fatto a inizio dicembre, il primo dei tre.
Un’agenda Monti presentata tre mesi fa, come avevamo proposto, avrebbe davvero segnato una innovazione sul piano del metodo. Oggi sembra solo un modo per non impegnarsi e lasciare poi la strada ad accordi dopo il voto. Insomma, roba da vecchia politica. Ma una innovazione di metodo questo Governo l’ha comunque introdotta, nel peso che il presidente del Consiglio ha assegnato ai Consigli europei. La sua maggiore attenzione alla dimensione sovranazionale non ha giovato alla causa delle riforme in Italia. Molte non sono state fatte, o sono state depotenziate, al punto da risultare quasi del tutto inefficaci. Assente Monti, regnava una compagine governativa e una tecnocrazia in cui molti remavano contro. Ma è molto importante che si siano stabiliti standard europei: chi governa in Italia deve sapersi muovere nei vertici internazionali, deve riuscire a creare e spostare maggioranze negli organismi comunitari perché, volenti o nolenti, sarà sempre più lì che le decisioni davvero importanti verranno prese.

*Tito Boeri: Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Economia Bocconi, dove ha progettato e diretto il primo corso di laurea interamente in lingua inglese. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it. Segui @Tboeri su Twitter