La sicurezza della fabbrica era “a rischio”. I sopravvissuti raccontano che gli operai, in gran parte donne, “fuggivano per salvarsi dalle fiamme che si erano impadronite dei locali – scrive The Malaysian Insider – ma non sono riusciti ad aprire le porte, troppo strette”. Perché le uscite di sicurezza non c’erano: “Ne sarebbe bastata una – ha raccontato all’Associated Press Mohammad Mahbub, capo dei vigili del fuoco del distretto tessile di Ashulia dove sorgeva l’impianto – e le vittime sarebbero state molte di meno”.

Invece gli operai sono morti arsi vivi mentre si accalcavano l’uno sull’altro in cerca di salvezza e i cadaveri trovati dai soccorritori nella Tazreen Fashions Limited, stabilimento tessile di Dacca, in Bangladesh, distrutto sabato notte da un pauroso incendio, sono stati 112. E nell’impianto maledetto, che dava lavoro a 1.630 persone, venivano prodotti manufatti per due ditte italiane. Ma anche per colossi come Ikea e Carrefour. Gli ennesimi giganti occidentali che acquistano e rivendono merce prodotta nel terzo mondo da persone costrette a lavorare in condizioni disumane, senza i più elementari criteri di sicurezza.

Il documento è pubblicato sul sito di Tuba Group, tra i maggiori importatori occidentali di indumenti prodotti in Bangladesh, galassia della quale Tazreen Fashion Limited fa parte con almeno altre nove aziende. A pagina 13, la lista delle ditte è lunga. Per la maggior parte le felpe, le t-shirt e le giacche a vento prodotte nell’impianto prendevano la via degli Stati Uniti con la multinazionale Wal-Mart, il più grande rivenditore al dettaglio del mondo per fatturato (447 miliardi di dollari nel 2010) e numero di dipendenti (2 milioni e 200 mila secondo stime del 2012).

Ma buona parte dei prodotti arrivavano anche in “Germania, Francia, Olanda – si legge nel documento – Regno Unito, Spagna e Italia”. Nella lista dei acquirenti figurano, infatti, anche Ikea, gigante dell’arredamento low cost, Carrefour, il secondo più grande gruppo al dettaglio al mondo dopo Wal-Mart e il primo a livello europeo, e due ditte nostrane: la Ande e la Italian Style.

La fabbrica non era sicura, gli operai rischiavano la vita. Era stata la stessa Wal-Mart a stabilirlo, in un audit condotto sullo stabilimento pubblicato sul sito di Tuba Group. Nel documento, datato 16 maggio 2011, gli ispettori giudicavano l’impianto a “rischio arancione“, ovvero alto: “Questo è il primo arancione assegnato alla fabbrica – si legge nel documento – agli impianti che ne ricevono 3 in un periodo di 2 anni Wal-Mart sospenderà tutti gli ordini per un anno”. Kevin Gardner, portavoce della multinazionale, ha spiegato all’Associated Press che poco dopo, nell’agosto 2011, era stato condotto un nuovo audit per il quale a Tazreem era stato assegnato un “rischio medio” e un’altra rilevazione sarebbe stata condotta entro un anno. Ma non è chiaro se la terza ispezione sia mai stata effettuata. “Le multinazionali eseguono controlli di sicurezza nelle fabbriche – ha spiegato al Jakarta Globe Babul Akhter, capo della Bangladesh Garments and Industrial Workers Federation – ma queste verifiche non sono ispezioni vere e proprie”.

I corpi sono stati disposti in file nei pressi di una scuola nelle vicinanze. Nella notte migliaia di familiari si sono ammassati nella zona per riconoscere i loro cari, con l’esercito impegnato a mantenere la sicurezza in un clima di tensione e disperazione. Sabina Yasmine, operaia in un’altra fabbrica del distretto di Ashulia, ha raccontato di aver individuato subito il corpo della nuora, ma che di suo figlio non c’era traccia: “Allah, dov’è mio figlio? – singhiozzava vagando tra i cadaveri – voglio che il proprietario dello stabilimento sia impiccato”. La Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association ha fatto sapere di essere vicina alle famiglie e di volerle risarcire con 100 mila takas, circa mille euro, per ogni morto.

Poco persino per il Bangladesh, dove il reddito medio si aggira attorno ai 410 dollari l’anno, e in una fabbrica come Tazreem che creava ricchezza ma solo per l’Occidente: nei suoi 14mila metri quadri di capannoni venivano prodotte ogni mese “700mila polo, 560mila giacche a vento e un milione e 200mila t-shirt”. Ora che la tragedia è consumata suona con agghiacciante ironia la descrizione delle condizioni di sicurezza degli impianti presente sul sito di Tuba Group: “Per mantenere la sicurezza, la salute e l’igiene in base alle leggi sul lavoro del Bangladesh – si legge – le seguenti attrezzature e servizi sono a disposizione dei lavoratori: servizio medico gratuito, scatola per il primo soccorso, estintori, un team addestrato per fronteggiare gli incendi”. Ma delle uscite di sicurezza alla Tazreem Fashions Limited non c’era traccia.