Al di là delle frasi di rito, il vertice di ieri in Banca d’Italia tra il governatore Ignazio Visco e i rappresentati delle principali banche italiane non si è svolto certo all’insegna della serenità e la spensieratezza. E non solo per l’invito del governatore ad avviare una nuova ondata di processi di ristrutturazione accompagnati da ulteriori tagli dei costi. Tra i temi dell’incontro, infatti, c’era la questione di come disinnescare le bombe ad orologeria nascoste tra bilanci delle banche italiane che stanno accelerando il loro ticchettio. Se infatti è stato fatto notare che l’aumento delle sofferenze “risulta ancora in linea con quanto verificatosi nelle precedenti fasi recessive dell’economia”, la riunione ha però confermato “la necessità di assicurare l’adeguatezza dei processi di individuazione e gestione dei crediti anomali e delle relative politiche di accantonamento”. 

Tanto più che se le trimestrali diffuse la scorsa settimana dai big del credito italiano hanno in molti casi evidenziato un ritorno all’utile, tuttavia guardar bene i conti si capisce come non sia tutto oro quello che luccica e come non manchino elementi di criticità potenzialmente molto insidiosi. Si tratta in particolare dei crediti di difficile esigibilità, ossia prestiti già concessi che non possono più essere recuperati o possono esserlo solo in parte, che continuano ad aumentare e che i bilanci tendono a sottostimare.

Come rileva la Banca d’Italia il tasso di copertura, ossia il rapporto tra il valore dei crediti in sofferenza e quanto viene effettivamente riportato a bilancio, è in media del 37,7% contro un livello vicino al 50% che si registrava nel 2007. La copertura è un po’ più elevata, dunque più prudente, per le prime 5 banche italiane (40%) e tende poi a scendere di pari passo con la dimensione dell’istituto di credito fino a toccare il 25% delle banche minori. Per Unicredit e Intesa San Paolo è intorno al 46-48%, per Mps si scende al 41%, per Ubi al 30%.

Nei primi 9 mesi del 2012 Unicredit ha portato a casa 1,4 miliardi di profitti nonostante abbia alzato di 5 miliardi di euro l’ammontare di crediti che non rivedrà più o rivedrà solo in minima parte. Nello stesso periodo però i crediti deteriorati che pesano sulla banca hanno raggiunto quota 80 miliardi di euro, un balzo di 10 miliardi in un solo anno. A sua volta Intesa San Paolo, ha guadagnato nello stesso periodo 1,6 miliardi e ha messo in bilancio rettifiche sui crediti per 3,5 miliardi il 48% in più dell’anno prima. Il gruppo Monte dei Paschi, grande malato del settore bancario italiano, ha chiuso invece il periodo gennaio-settembre con una perdita di 1,6 miliardi e ha alzato da 830 milioni a 1,3 miliardi il valore delle sue “sofferenze” sui crediti.

In periodo di crisi con aziende che falliscono, disoccupazione che aumenta e con un generale peggioramento della situazione economica è normale i crediti di sofferenza aumentino. Senza contare che molti grandi gruppi ci hanno messo del loro. Dalla FonSai su cui i Ligresti hanno scaricato un miliardo e 200 milioni di debiti, al crack San Raffaele di don Verzè da 1,5 miliardi di euro, passando per i 440 milioni di debiti lasciati in mano alle banche da Luigi Zunino e la sua Risanamento o i 3 miliardi di debiti che la Tassara di Roman Zaleski fatica a restituire nonostante la moratorie concesse.

Il problema è che l’incremento sta avvenendo a ritmi molto rapidi (+ 17% in un anno, secondo uno studio di Credit Suisse) e il settore immobiliare, sinora sostanzialmente immune, potrebbe a sua volta iniziare a creare problemi. La situazione rischia insomma di sfuggire di mano. Un’opera di pulizia dei bilanci c’è stata, soprattutto tra i più grandi, ma l’impressione è che si sia usato il “braccino corto” e che un po’ di polvere sia stata semplicemente nascosta sotto il tappeto. Nelle scorse settimane la società Alix partners ha diffuso uno studio che mostra come le banche italiane dovrebbero incamerare ben 23 miliardi di ulteriori perdite se riportassero nei bilanci una fotografia realistica della situazione dei loro crediti dubbi. Come? Riportandoli nei bilanci con il loro effettivo valore di mercato, il cosiddetto “fair value”. Facile immaginare che in tal caso gli utili sbandierati con gli ultimi bilanci non sarebbero altro che un effetto ottico.

Oltre a questo c’è un altro elemento ancora più pericoloso. Sinora il mercato immobiliare italiano ha retto. Nulla a che vedere con quanto accaduto ad esempio in Spagna dove il crollo dei prezzi delle abitazioni ha massacrato i bilanci delle banche nazionali (se un cliente a cui è stato concesso un mutuo smette di pagare, la banca si impossessa della casa, ma se poi la rivende a un prezzo inferiore al valore del mutuo concesso incamera comunque una perdita). Tuttavia qualche scricchiolio inizia a farlo sentire anche “il mattone” italiano. Secondo Banca d’Italia il 75% degli agenti immobiliari dichiara che i prezzi stanno scendendo e nel terzo trimestre 2012 il 44% di loro non è riuscito a vendere neppure un appartamento. Le banche italiane sono esposte sul settore immobiliare per circa 660 miliardi di euro e sempre Alix partners calcola che vista l’attuale evoluzione del mercato da qui potrebbero arrivare altri 9 miliardi di perdite. Una stima che viste le ultime indicazioni che arrivano dal mercato potrebbe risultare ottimistica.

Ultimo aspetto da tenere in considerazione è che i profitti ottenuti delle grandi banche italiane non vengono dalla classica attività bancaria (raccolgo risparmi e presto soldi incamerando la differenza di interessi) ma derivano in larga misura dall’attività di negoziazione. Vale a dire dalla compra vendita di titoli, Btp in primis. Si fa insomma sentire l’effetto del prestito Bce. Le banche italiane hanno infatti ottenuto da Francoforte al tasso dello 0,75% circa 250 miliardi di euro e parte di questa somma è stata prontamente re- investita in titoli di Stato italiano. Una mossa che ha contribuito a ridurre lo spread italiano e che sinora ha fruttato per di più guadagni significativi visto che il valore dei buoni del tesoro è aumentato. Unicredit ha ad esempio visto i profitti da trading balzare dagli 864 milioni del 2011 a quasi 2 miliardi e 100 milioni di quest’anno. Intesa San Paolo ha raddoppiato il valore di questa voce passata da 750 milioni a 1,5 miliardi. Troppo bello e troppo facile perché possa durare.