Il 9 novembre di un anno fa Roma è tiepida e assediata dall’ansia. Dal Quirinale quella sera arriva la mossa del cavallo. L’Ansa batte la notizia flash con le rituali stellette dell’emergenza: il professor Mario Monti, presidente della Bocconi, è stato nominato senatore a vita. Sono le 19:22 e passa un’ora per un primo commento ispirato dal Colle: l’ipotesi che la nomina a senatore contenga in sé l’annuncio che Monti guiderà un governo tecnico è pura fantasia. “Fantasticherie”, fanno scrivere. La politica è un’arte che ha bisogno della simulazione come il bambino in fasce del biberon. Quel giorno a quell’ora Giorgio Napolitano forse non poteva dire altrimenti. Ma Bossi, una settimana prima, avrebbe potuto evitarsi la pernacchia, una lunga e un po’ sfiatata pernacchia con la quale aveva liquidato il licenziamento prossimo venturo di Silvio Berlusconi?

Simul stabunt e infatti simul cadent. Umberto è tramortito e Silvio – livido e disperato – giunge alla Camera l’8 di novembre, dove consegna lo scettro del potere. Conta i voti che gli mancano per stare ancora a galla, reggere tra i tradimenti dei più, sostenersi con le acquisizioni, tutte a titolo onerose, dei cosiddetti responsabili: un gruppetto di deputati che offre servigi. Sono dieci voti meno del necessario. Aveva chiesto la conta dopo un consiglio di guerra tenuto in famiglia: lui, il solito Ghedini, la solita Marina, figlia prediletta e guerriera indomita: “Vai avanti papà”. Il governo in verità era già morto, e l’improvvisazione, la paura, lo sbandamento toccavano picchi mai visti, quasi quanto lo spread che il giorno dell’incoronazione politica di Monti raggiunge i 570 punti. “Tutto si è compiuto in dieci giorni, dopo soli dieci giorni siamo in un altro universo”, dice Pier Luigi Bersani nel discorso alla Camera. L’altro mondo, sì.

Regista e programmatore della rivoluzione tecnica, asettica, chirurgica è Napolitano: “Il suo stemma araldico dovrebbe essere un coniglio bianco in campo bianco” disse di lui all’atto dell’investitura, e sbagliando clamorosamente pronostico, Giuliano Ferrara. Il coniglio si è trasformato in leone per la grave necessità di non morire di fronte al dirupo berlusconiano. E già il 1 novembre, come soccorre la cronaca di Fabrizio d’Esposito in Re Giorgio (Aliberti Editore, 2011), annuncia la mossa che una settimana dopo avrebbe cambiato segno al settennato e in qualche modo tenuto nei confini democratici una crisi insieme civile ed economica. Il giorno di Ognissanti Napolitano inizia pubblicamente a preparare il terreno per l’avvicendamento. La nota del Quirinale è netta: “Dinanzi all’ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari europei il presidente della Repubblica considera ormai improrogabili l’assunzione di decisioni efficaci”.

Anche doversi esponenti dell’opposizione “gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie”. La mano finale della partita a scacchi con Berlusconi è iniziata e si sarebbe conclusa il mercoledì successivo, quando Napolitano procede alla nomina di Monti a senatore a vita e contestualmente comunica che “non esiste alcuna incertezza sul fatto che Silvio Berlusconi si dimetterà nel giro di alcuni giorni”. Gli aveva concesso di “guardare in faccia i traditori” e di fare un lungo respiro prima di quella traversata, sabato 12 novembre, verso il Quirinale. Quella sera fu straordinaria, certo assai più solenne e tragica dell’altro giorno che pure segna l’ultima tappa, quella della liquefazione, a un anno esatto della caduta del governo, del partito di una destra italiana dai tratti somatici ineguagliabili. Insieme tragica e comica, furba e spietata, inconcludente e insieme pericolosa. Alleluja cantarono, e intonarono il Dies irae e anche il Va’ pensiero, e Bella ciao. Arrivava Monti, il governo dei tecnici. Doveva essere una parentesi, sembra invece anche il futuro prossimo. L’emergenza che si fa sistema, il potere alla sua radice quadrata.

da Il Fatto Quotidiano del 10 novembre 2012