Dopo vent’anni di silenzi, stragi e pax sanguinis, mafia e Stato torneranno a sedere di nuovo allo stesso tavolo. Questa volta però non sarà l’antro del patto a suon di bombe sottoscritto tra il 1992 e il 1994, ma il banco degli imputati dell’aula bunker del carcere Pagliarelli a Palermo. L’ora X della prima udienza preliminare dell’inchiesta sulla Trattativa è fissata per le 9: un momento storico che sancirà l’inizio del procedimento in cui lo Stato dovrà processare per la prima volta sé stesso. Dopo anni di indagini, testimonianze e ricostruzioni storiche, adesso la parola passa soltanto a un giudice, il gup Piergiorgio Morosini, che dopo aver esaminato la montagna di carte dell’inchiesta, dovrà decidere appellandosi meramente al codice. Perché un conto è la ricostruzione storica di quei fatti, un altro è l’attribuzione di specifici reati ai singoli imputati. Bisogna ora vedere se il puzzle ricomposto dall’accusa possa effettivamente reggere la prova di un’aula di giustizia. La prima tappa dell’iter giudiziario sulla trattativa arriva, tra l’altro, in un clima reso tesissimo dal conflitto d’attribuzioni sollevato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano contro la procura di Palermo di fronte la Consulta.

 Stato e mafia nella stessa aula. Oggi alla sbarra  ci saranno dodici imputati tra boss di Cosa Nostra, alti ufficiali dei carabinieri ed esponenti delle istituzioni. I boss pluricondannati Leoluca Bagarella, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Antonino Cinà e Giovanni Brusca saranno collegati in video conferenza dai penitenziari in cui sono detenuti in regime di 41 bis (a parte Brusca che è un collaboratore di giustizia). Saranno invece presenti in aula gli ex alti ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri: devono tutti rispondere di violenza o minaccia al corpo politico dello Stato, con l’aggravante dell’articolo 7, per aver favorito Cosa nostra. Un reato, quello sancito dall’articolo 338 del codice penale, poco comune, su cui praticamente non esiste una vera e propria giurisprudenza, e che per la prima volta dovrà quindi passare il vaglio di un’aula in un processo peraltro delicatissimo (Trattativa, tutti gli imputati: l’accusa e la difesa. Guarda lo speciale di ilfattoquotidiano.it).

Deve invece rispondere di concorso esterno alla mafia uno dei testimoni eccellenti dell’indagine, Massimo Ciancimino, accusato anche di calunnia ai danni dell’attuale sottosegretario Gianni De Gennaro. Falsa testimonianza è invece il reato contestato all’ex vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che chiederà lo stralcio dal fascicolo principale. Mancino è stato protagonista del “Romanzo Quirinale” in cui è rimasta impigliata la voce di Napolitano: è proprio per quelle quattro intercettazioni “indirette” che il capo dello Stato ha trascinato le toghe palermitane davanti la Corte Costituzionale (la sentenza è attesa per novembre).

Le vittime dal patto.  Ad aspettare gli imputati fuori dall’aula bunker ci sarà il popolo delle Agende Rosse, che manifesterà la propria vicinanza ai pm di Palermo riunendosi in sit in contemporanei davanti tutti i tribunali d’Italia. Alla prima udienza preliminare, il gup  Morosini – che si è dimesso da segretario di Magistratura Democratica per occuparsi del processo sulla trattativa – troverà subito una richiesta di ricusazione, avanzata da De Donno: secondo l’ex ufficiale del Ros, Morosini avrebbe anticipato il proprio giudizio già nelle pagine del suo libro “Attentato alla giustizia”. La decisione spetterà alla corte d’appello, mentre Morosini dovrà invece decidere quali costituzioni di parte civile ammettere. Oltre alla richiesta avanzata formalmente dal governo di Mario Monti, hanno deciso di costituirsi come soggetti danneggiati dal patto Stato-mafia anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato, il centro Pio La Torre, l’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, i comuni di Palermo e Firenze, Rifondazione Comunista e i familiari di Salvo Lima, assassinato da Cosa Nostra il 12 marzo 1992. Secondo la ricostruzione della procura di Palermo, la chioma bianca di Lima riversa nel sangue di Mondello rappresenta il prequel della trattativa, il primo atto formale con cui Cosa Nostra dichiara guerra ai vecchi referenti politici. 

Le pagine bianche della trattativa. Aldilà delle ricostruzioni giuridiche, c’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: è il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la corte di cassazione conferma la sentenza del primo maxiprocesso contro Cosa nostra istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per la prima volta, nonostante le rassicurazioni dei politici, i boss mafiosi vengono condannati all’ergastolo. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Totò Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale dall’enorme potenza di fuoco. Ed è per questo che, secondo la procura di Palermo, Riina stila una black list di politici da punire con la morte dopo che non hanno mantenuto le promesse fatte in passato. Il primo è Salvo Lima. Poi sarebbe dovuto toccare a Calogero Mannino. Secondo i pm coordinati da Antonio Ingroia, Mannino sapeva bene che Cosa Nostra voleva ucciderlo. “Adesso o uccidono me o uccidono Lima” avrebbe confidato Mannino al maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli. A raccontarlo ai magistrati è il figlio del carabiniere poi assassinato nell’aprile successivo in un agguato mai completamente chiarito.

È per questo che Mannino avrebbe coinvolto l’allora capo del Ros Subranni, chiedendogli di aprire un contatto con Cosa Nostra e salvarsi quindi la vita. Ad accusarli, ci sono alcuni collaboratori di giustizia, come Francesco Di Carlo e Angelo Siino, che hanno raccontato dell’intimo rapporto tra l’ex ministro e l’allora capo del Ros. “E’ tutto falso, io ho solo avuto rapporti ufficiali con Subranni, e all’epoca non ero preoccupato per me, ma soprattutto per la sorte dei magistrati che combattevano la mafia” è invece la difesa di Mannino. “Dopo l’omicidio Lima, Mannino era spaventato, mi disse: adesso tocca a me” è  il racconto che Mancino ha fatto in aula, deponendo al processo contro Mario Mori per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella stessa udienza, Mancino si sarebbe macchiato di falsa testimonianza: i magistrati non sarebbero stati convinti da come ha ricostruito il suo insediamento al Viminale il 28 giugno del 1992. L’ex ministro dell’Interno ha infatti raccontato di aver pregato il suo predecessore, Vincenzo Scotti, di rimanere al suo posto. Ma Scotti lo smentisce, e i pm ritengono il racconto di quest’ultimo, insieme a quello di Claudio Martelli, più credibile.

Il primo governo di Giuliano Amato si forma in un momento centrale della trattativa: nel giugno del ’92 infatti iniziano i primi incontri tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino. A raccontarli ai magistrati è il figlio di don Vito, indagato per concorso esterno perché avrebbe fatto da “postino” del papello, l’elenco di richieste che Riina spedisce allo Stato tramite il suo medico di fiducia, Nino Cinà. Mori e De Donno però smentiscono Ciancimino junior: quegli incontri con don Vito erano semplici “abboccamenti” investigativi per arrestare latitanti. E in effetti, il 15 gennaio nel’93 finisce nella rete il pesce più grosso: Riina, ammanettato dal capitano Ultimo, che però non perquisisce il suo covo in via Bernini, poi ripulito da mani oscure. Cosa Nostra passa a questo punto sotto la guida dei “riiniani” di ferro Bagarella e Brusca.

Il ruolo di Marcello Dell’Utri. E sarebbe Bagarella, secondo il racconto di numerosi pentiti, l’uomo che continua la stagione delle bombe, insieme a Brusca, che da collaboratore, ha raccontato come, dopo aver tentato la strada della politica indipendentista con Sicilia libera, l’ala stragista di Cosa Nostra avesse inviato Vittorio Mangano da Dell’Utri per prospettare a Silvio Berlusconi le richieste della Piovra, avvertendolo anche che “la sinistra sapeva”. Sullo sfondo però si fa sempre più lunga l’ombra di Provenzano, il vero regista della trattativa: prima consigliere di Ciancimino, poi presunto contatto di Dell’Utri dopo l’arresto di Bagarella e di tutti gli altri corleonesi.  Sul piatto della trattativa, nel 1993, c’è l’alleggerimento del 41 bis, il carcere duro per detenuti mafiosi. In questo senso si sarebbe mosso Mannino, indicato come uno dei politici che avrebbe fatto pressioni sull’ex vice capo del Dap Francesco Di Maggio.

Ad accusare Mannino in questo caso è Nicola Cristella, ex capo scorta del magistrato deceduto nel 1996, che però ha reso una testimonianza controversa durante il processo Mori. Per i magistrati Di Maggio è uno degli uomini che spinse per allentare la pressione sui mafiosi in carcere. Il racconto dell’avvocato Rosario Cattafi, arrivato nei giorni scorsi, combacerebbe con la ricostruzione della procura: solo che Cattafi non è al momento neanche un collaboratore di giustizia e le sue dichiarazioni sono ancora tutte da riscontrare. Di Maggio “era stato esautorato dalla gestione del 41 bis” ha raccontato di recente Tito Di Maggio, fratello minore dell’ex vice capo del Dap.

La pressione sui mafiosi in carcere venne comunque effettivamente allentata nel novembre del 1993, quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso lasciò scadere oltre trecento provvedimenti di 41 bis “in completa solitudine”. Se fu per la trattativa o per altro spetterà alle sentenze stabilirlo. La pubblica accusa però non crede a Conso e per questo lo indaga per false informazioni al pm, insieme all’eurodeputato Giuseppe Gargani e ad Adalberto Capriotti, ex superiore di Di Maggio al Dap.  Per questo reato il codice prevede che la posizione dell’indagato resti sospesa fino a quando il procedimento principale non arrivi alla sentenza del primo grado di giudizio. Una sentenza che per la complessità del procedimento si preannuncia ancora molto lontana. Lo Stato, diceva Leonardo Sciascia, non può processare se stesso. E quando lo fa, dentro un’aula di tribunale, può basarsi soltanto su un codice di procedura.