I tempi stringono e i conti sono in rosso. Sabato scorso, festival di Internazionale a Ferrara: David Carr, columnist del New York Times, e Alan Rusbridger, direttore del Guardian parlano di futuro del giornalismo. I modelli di business della versione online delle rispettive testate sono diversi.

Il Nyt ha scelto di fare pagare i contenuti sul suo sito: la modalità si chiama free premium. Chi naviga può leggere fino a 30 pezzi al mese, il resto costa. E così è arrivato a quasi 500mila abbonati e nel 2012 per la prima volta i lettori hanno rimpinguato le casse più di quanto non abbia fatto la pubblicità sul sito. In tutto questo, nel 2008 la testata per la prima volta ha dovuto tagliare alcuni giornalisti ed entro fine anno, tra licenziamenti e ‘prepensionamenti’, manderà a casa altri 100 cronisti, pari all’8%. Facciamo due conti: la squadra è di 1.250 giornalisti. 

Di tutt’altra politica il Guardian, come spiega il reportage di Intelligent Life su Internazionale di questa settimana, secondo cui open journalism significa irrimediabilmente – finora, almeno – contenuto gratuito. Mentre il numero di copie in edicola precipitava dalle 370mila alle 220mila dal 2008 al 2012, il sito cresceva esponenzialmente in termini di traffico. E così dai 15 milioni di visitatori del 2008 è arrivato a sfiorare oggi il tetto dei 70 milioni. Cifre che lo piazzano al secondo posto in Inghilterra dopo il Mail e tra i cinque più letti del mondo. Un successo senza pari sia in termini di giornalismo partecipativo e innovazione, dal datablog all’interazione coi lettori, fino alla qualità dei contenuti. Tutto straordinario, complimenti. Peccato che da tre anni il Guardian stia perdendo 100mila sterline al giorno e debba la sua esistenza ad Auto trader, la rivista di auto che copre il rosso e che è controllata dallo Scott Trust, padrone del giornale, istituito nel 1936 “per garantirne l’indipendenza”. Insomma, come si fa a fare cassa? Rusbridger ci prova con alcuni prodotti collaterali (visto che per il direttore la sacralità del contenuto gratuito pare – per ora – intoccabile): ha lanciato i Guardian masterclass dove, per esempio, l’autore dei brani di Adele insegna a scrivere canzoni in due giorni a 500 sterline oppure apre la redazione ai lettori a 60 sterline a testa per un weekend. L’ha fatto lo scorso luglio, sono arrivati in 5000. 

Insomma, per sopravvivere devi essere più di un giornale. I contenuti sono la priorità, ma l’offerta deve tenere in considerazione – almeno – anche pacchetti ‘emozionali’ che includono il contatto diretto con la redazione. Più si assottiglia la distanza tra lettori e giornalisti, tramite i social media, i contributi dei lettori – dai commenti alle segnalazioni-, più chi ti legge in quella redazione – in qualche modo – vuole metterci piede. Forse è più incentivato a pagare prima per quello e poi per un contenuto online.

Ora, chi vuole pagare cosa vuole? Nella gratuità del web il rischio che si perda il valore a fronte di un mancato riconoscimento economico, c’è. Manda in rosso i conti di giornali di qualità e risucchia la professionalità e il talento di chi ci lavora. In economia ha un prezzo ciò che è scarso in natura e che, quindi, può finire. Se mi abituo a non pagare mai, sono meno incentivato a valutare la qualità dell’informazione? E sono consapevole che chi voglio leggere con questo modello di business senza business non può sopravvivere? Nemmeno il Guardian ci vive, troppo idealista e meno pragmatico del Nyt, che invece baratta consapevolmente il volume di traffico in nome della sostenibilità economica. Ha ragione Juan Señor, ex cronista della tv spagnolo che insegna ad Oxford ed è socio della Innovation media consulting quando dice: “Siamo molto preoccupati che tutti misurino il successo del Guardian in termini di volume di traffico. Non è un indicatore valido, altrimenti basterebbe la pornografia“. Verissimo. E ancora: “Giornalismo aperto? Perché non giornalismo redditizio? Il Guardian ha perso 33 milioni di sterline l’anno scorso e continua a perdere. Retorica fumosa, pessimo modello”. 

Detto questo, così non si vive. E la domanda rimane: noi lettori cosa siamo disposti a pagare per un quotidiano online?