Per la prima volta dall’inizio della legislatura è stato convocato, per domani, il Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa: l’organismo parlamentare presieduto da Marco Follini che si occupa di esaminare eventuali denunce o esposti contro il capo dello Stato. A denunciare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stato l’avvocato penalista ed ex deputato Carlo Taormina, fondatore del  partito Lega Italia, secondo il quale il presidente avrebbe attentato alla Costituzione “tentando di interferire nell’attività dei magistrati di Palermo che stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia”. In particolare, spiega lo stesso Taormina, nell’esposto-denuncia, si sostiene che il Capo dello Stato, con la telefonata partita dal Quirinale verso il Procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito e con la decisione di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta, “abbia compromesso i principi di autonomia e indipendenza della magistratura” palermitana. 

“Essendo stati violati non solo precetti costituzionali, ma principi strutturali e portanti della Costituzione Repubblicana – scrive Taormina nell’esposto – non è dubbia la configurazione del delitto di attentato alla Costituzione da parte del Presidente della Repubblica”. L’intenzione del Comitato sarebbe quella di archiviare subito perché la denuncia “sarebbe fondata solo su alcune ricostruzioni giornalistiche”. Nell’esposto di sei pagine si chiama in causa anche “il defunto Loris D’Ambrosio che – si legge – mai si sarebbe mosso senza l’ordine di Napolitano”. Nella ricostruzione che il penalista fornisce dei fatti, l’ex consigliere giuridico del Quirinale “sarebbe intervenuto sul procuratore generale della Corte di Cassazione Vitaliano Esposito chiedendogli di intervenire sui pm siciliani affinchè non avvenisse il noto confronto con Nicola Mancino”. Circostanza questa, ricorda Taormina, “mai di fatto smentita”. Tale “richiesta quirinalizia” costituirebbe, secondo quanto si legge nell’esposto, “la prova di un chiaro intento boicottatore degli sforzi dei magistrati per accertare la verità fino a poterne determinare l’insabbiamento”. Ma Taormina nelle sue premesse dice di più e cioè che Napolitano e D’Ambrosio “forse morto per la vergogna di aver eseguito un ordine illecito, forse il primo della sua vita”, non potevano non sapere “che non esiste rapporto di gerarchia tra la Procura generale della Cassazione e gli altri uffici del pm presso i Giudici di merito”. Ciò, secondo l’ex deputato, potrebbe significare che Napolitano “poteva volere, interferendo nella funzione giudiziaria, due cose ugualmente illecite penalmente: (1) l’imposizione arrogante di Vitaliano Esposito nei confronti dei magistrati palermitani, violatrice comunque del principio di separatezza tra le funzioni del pg della Cassazione e i pm di merito”; (2) “L’intrapresa o la minaccia di intrapresa di azioni disciplinari nei confronti dei magistrati palermitani con riferimento alle iniziative giudiziarie in corso sulle trattative Stato-mafia”. Una minaccia che, secondo Carlo Taormina, è “penalmente rilevante anche quando sia implicita o larvata”.

Ma Taormina difende anche “la perfetta legalità” delle intercettazioni che sia Napolitano, sia D’Ambrosio “non potevano ignorare” visto che manca “una previsione normativa che le impedisca”. La decisione, pertanto, di sollevare il conflitto di attribuzione, si legge ancora nella denuncia, “svela l’obiettivo di persistere nell’opera di intimidazione e, al tempo stesso, di rappresaglia contro i magistrati palermitani”. Secondo l’avvocato penalista “non è dubbio” che “guardando distintamente ai due comportamenti illeciti di Napolitano”, ciascuno di essi “integri fattispecie penali”. Secondo Taormina, insomma, secondo la ricostruzione fatta dai giornali che lui riporta nel suo esposto, ci sarebbe stato un tentativo, da parte del Colle, “di sviare il corso delle indagini inibendo il confronto in cui era coinvolto l’ex senatore Mancino”. Simile comportamento, sempre secondo l’ex esponente di Forza Italia, sarebbe da inquadrare dunque “nell’abuso di ufficio a norma dell’art.323 c.p. stante l’intenzionale volontà di arrecare danno allo Stato”. Nella denuncia si parla anche di “un oggettivo, quand’anche non voluto vantaggio patrimoniale per la mafia” visto che, secondo Taormina, avrebbe potuto proseguire nelle sue attività illecite.