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Abdur, Richard e Souleymane. La vita e i sogni di chi consegna il nostro cibo

Abdur, Richard e Souleymane. La vita e i sogni di chi consegna il nostro cibo

Chi sono? Da dove vengono? Quali sono le aspirazioni e le paure di questi lavoratori che pedalano silenziosi di giorno e di notte per pochi euro e con zero tutele? Il progetto fotografico Tra Noi realizzato tra novembre e dicembre cerca di dare una risposta a queste domande. Esposte a febbraio nel centro milanese Bottega Immagine, le foto raccontano le giornate e le vite di tre rider a Milano, mettendoli al centro come individui con una loro identità
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SOMMARIO

  1. I NUMERI
  2. LE INCHIESTE
  3. LA PROPOSTA
  4. LE BATTAGLIE LEGALI
  5. LE STORIE

C’è vita oltre l’ombra. Oltre la zona grigia creata dalle paghe misere, dai turni massacranti, e da un algoritmo che decide quanto vali. Ci sono esistenze con un passato, un presente e un futuro da immaginare. Con affetti, competenze e ambizioni. È attraversando questo universo che si riesce a dare un volto e un nome ai rider che corrono sulle strade delle nostre città, vittime loro malgrado di un sistema di sfruttamento e caporalato digitale che li riduce a numeri. Ingranaggi essenziali di una frenetica e sottopagata logistica alimentare, i rider sono coloro che ci permettono di avere la cena sull’uscio di casa. Invisibili nel loro sfruttamento ma costantemente geolocalizzati dalle piattaforme, fanno la spola tra ristoranti, abitazioni, uffici. Chi sono? Da dove vengono? Quali sono le aspirazioni e le paure di questi lavoratori che pedalano silenziosi di giorno e di notte per pochi euro e con zero tutele? Il progetto fotografico Tra Noi realizzato tra novembre e dicembre cerca di dare una risposta a queste domande. Esposte a febbraio nel centro milanese Bottega Immagine, le foto raccontano le giornate e le vite di tre rider a Milano, mettendoli al centro come individui con una loro identità. Abdur, Richard e Souleymane. Tre età e provenienze diverse, legate da condizioni di lavoro che non permettono di ammalarsi, di prendersi un giorno di ferie, di cadere dalla bicicletta. E di pensare al domani.

I NUMERI

Non è semplice dire quanti sono i rider perché le principali aziende non forniscono dati ufficiali. Basandosi su ciò che è emerso dalle inchieste, si può fare però una stima. Foodinho S.r.l., la controllata italiana di Glovo, gestisce circa 40mila ciclofattorini in tutto il Paese, di cui 2mila nel capoluogo lombardo. 3mila invece quelli che lavorano a Milano per Deliveroo Italia Srl (società da 240 milioni di euro fatturato) su 20mila totali. Ma bisogna considerare che essendo retribuiti a cottimo, molti rider cercano di combinare gli orari e lavorare per entrambe le realtà. L’altra grande piattaforma di food delivery, Just Eat, l’unica ad applicare un contratto di subordinazione, ha circa 2500 fattorini. Secondo una ricerca della Cgil, 9 su 10 sono uomini. Il 65% è giovane e ha un’età compresa tra i 21 e i 39 anni. Oltre un terzo di tutti i lavoratori proviene da paesi extra-Ue. Più della metà lavora a consegna, con la partita Iva, mentre il contratto subordinato riguarda solo una parte ridotta dei rider.

LE INCHIESTE

Le condizioni di lavoro nel food delivery sono finite più volte sotto la lente della magistratura. Il filone è stato inaugurato a Milano nel 2020, con l’inchiesta che ha portato al commissariamento di Uber Eats, accusata di usare intermediari per reclutare rider in condizioni di vulnerabilità, da pagare a cottimo. Altre due importanti inchieste, sempre su Milano, hanno messo in discussione l’intero modello applicato dalle piattaforme. A inizio febbraio 2026 la procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario per caporalato per Glovo. I pm hanno evidenziato come i rider ricevano paghe inferiori fino all’80% rispetto alla soglia di povertà. Lavoratori spesso “in stato di bisogno” e quindi ricattabili. Poche settimane dopo, la stessa procura è intervenuta anche su Deliveroo e ne ha disposto il controllo giudiziario. Gli accertamenti hanno permesso di ricostruire nel dettaglio i metodi usati dall’azienda di consegne. I rider, tutti finte partite Iva, vengono pagati tra i 3 e i 4 euro lordi a consegna. In media percorrono 50-60 chilometri al giorno, in 9 o 10 ore di lavoro, per almeno sei giorni a settimana. Ritmi che consentono di mettere insieme non più di 1100 euro al mese. Sono costantemente connessi, geolocalizzati e controllati da un sistema che registra la posizione, la velocità di consegna, il percorso e persino le eventuali soste, penalizzando chi rifiuta un ordine. Nessuna indennità per i tempi di attesa davanti al ristorante, né per il mezzo (sempre a carico del lavoratore). Così come non esistono ferie, tfr e malattia. Nonostante il faro della procura, pochi giorni fa la Nidil Cgil ha denunciato un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche applicate Glovo, con consegne pagate anche 1,90 euro.

LA PROPOSTA DEL SINDACATO

A Milano il sindacato autonomo Usb, che da anni denuncia le storture del sistema del food delivery, ha da poco elaborato una piattaforma con una serie di richieste per superare il modello attuale basato sullo sfruttamento. Innanzitutto con l’applicazione ai rider del contratto nazionale della logistica, con un inquadramento da driver che garantisca tutte le tutele del lavoro da dipendente, quindi malattia, ferie e contributi previdenziali. Chiede inoltre contratti full-time, una turnazione stabile, la fornitura di dispositivi di sicurezza, mezzi adeguati e il pagamento dei tempi di attesa.

“Sogno di tornare da mio figlio in Costa d’Avorio. Ma servono soldi per poter fare tutti i documenti, il biglietto e partire. Non è facile, devo continuare a lavorare”

LE BATTAGLIE LEGALI

A Milano l’Usb ha aperto uno sportello dedicato ai rider, dove ogni settimana riceve decine lavoratori di Glovo e Deliveroo per aiutarli nelle pratiche burocratiche e a ottenere il riconoscimento della subordinazione. “Sono un centinaio le cause aperte – spiega l’avvocata Giulia Druetta specializzata in diritto del lavoro- 500 i rider coinvolti e altri 300 in attesa. Appena chiudo una pratica ne apro altre. Le richieste principali sono la costituzione del rapporto di lavoro subordinato e il pagamento delle differenze salariali per il periodo pregresso”. Nell’ultimo anno sono state decine le cause chiuse, la maggioranza con accordi economici. Ma ci sono anche diversi casi in cui è stato riconosciuto il rapporto subordinato. “L’ultimo a Torino proprio oggi. Due settimane fa Glovo ha assunto un altro rider che si era rivolto ai giudici”. Druetta evidenzia anche la scarsa efficacia del Decreto Primo maggio che ha avuto il via libera pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri. “Nel testo non ci sono grandi elementi di novità, perché la presunzione di subordinazione resta legata a dei criteri già presenti nel codice civile. Ci sarà una parziale inversione dell’onore della prova per chi fa causa e questo sicuramente aiuterà, ma non è un cambiamento radicale”. Inoltre, l’introduzione dello Spid per i rider, lungi dal risolvere il problema del caporalato, rischia di creare diverse complicazioni burocratiche a chi ha il permesso di soggiorno: “Si guarda il dito invece della luna. Non mi sembra che la cessione degli account, un fenomeno del tutto marginale, sia il problema principale da risolvere”. Il nodo cruciale, conclude, “è come costringere queste società a rispettare le regole. Se non andiamo a colpire il portafoglio non ci riusciremo mai. Invece in questo provvedimento vengono previste multe per i rider che cedono l’account ma non sanzioni per le piattaforme. Ed è paradossale” .

“Una volta sono caduto in bici e sono rimasto fermo un mese. Non sapevo come pagare l’affitto e avevo perso punteggio nell’algoritmo”.

LE STORIE

Abdur

Abdur Razzak ha 25 anni e ha lasciato la sua famiglia in Bangladesh quando ne aveva 17. Fino alla fine dell’anno scorso ha consegnato i pasti per Deliveroo, lavorando anche 12, 13 ore al giorno, a volte anche 14 fino a notte fonda, nelle zone della stazione Centrale e Repubblica. Sabato e domenica compresi. Per due anni una consegna gli veniva pagata mediamente 3 euro e mezzo. “Senza ferie, né malattie, non potevo fermarmi mai. Una volta mi sono fatto male in bici e sono rimasto un mese fermo. Non sapevo come pagare l’affitto e avevo perso punteggio nell’algoritmo”. Per lui la parte più difficile è l’attesa degli ordini: una sigaretta dopo l’altra, sempre fermo davanti alla dark kitchen, uno dei locali di Milano dove si prepara cibo esclusivamente per le consegne a domicilio. Grazie al periodo passato in una casa famiglia, è l’unico tra le decine di rider fermi nella stessa strada a conoscere e parlare italiano. “Continuare a queste condizioni è impossibile. Vorrei trovare un posto in un ristorante, avere almeno un giorno di riposo e mettere da parte un po’ di soldi per aprire un minimarket tutto mio. E poi, chissà, sposarmi”. Dopo aver fatto causa per ottenere la subordinazione e il riconoscimento dei suoi diritti, Deliveroo gli ha bloccato l’account. Oggi fa l’addetto alle pulizie sui vagoni di Trenitalia, e con le forze che gli rimangono pedala come rider di Glovo per tirare su qualche decina di euro. Nella sua stanza conserva con cura un profumo e un phon. Insieme alla bici per fare le consegne, sono le cose più care che ha: le porterà come doni a sua madre quando finalmente, dopo tanto tempo, chissà quando, riuscirà a rivederla.

Richard

Originario della Nigeria, Richard Omorodion è arrivato in Italia 10 anni fa attraversando il Mediterraneo. Ha 36 anni, ha studiato come grafico ma, racconta, non è mai riuscito a trovare un impiego in questo campo. In Italia è solo, non ha sostegni o aiuti economici. Per questo ha cominciato a fare il rider, per mancanza di alternative. Ogni giorno carica la sua bici su un treno regionale e da Busto Arsizio, dove condivide un piccolo appartamento, arriva in Stazione Garibaldi, fa il log-in sulla piattaforma, registra la sua posizione e intorno alle 11 inizia a correre per consegnare i pranzi per Glovo. “Se lavori tanto, tutti i giorni senza fermarti mai, a fine mese riesci ad arrivare 1000 euro”. Anche lui, assistito dal sindacato Usb, ha avviato una causa per ottenere il riconoscimento della subordinazione. Quindi maggiori tutele, il pagamento delle ferie, dei contributi e dell’indennità da malattia. Quando torna a casa, se non è troppo stanco, fa ciò che ama davvero: cantare. Il suo nome d’arte è Don Zing e quando è possibile porta le sue canzoni nelle discoteche di Milano e dintorni. Il brano a cui tiene di più si chiama Confidential: è stato composto in un periodo per lui particolarmente difficile e parla di quanto può essere dura la vita. Sogna di riuscire a mantenersi con la sua musica e facendo quello per cui ha studiato.

Souleymane

Souleymane Ba è nato in Senegal nel 1967 e vive in Italia da più di 25 anni. Ha lavorato nei campi e come muratore, e oggi consegna cibo a domicilio per conto di Deliveroo. Lo fa con il suo scooter e per questo si sente una sorta di “privilegiato” rispetto ai colleghi. Anche perché la bicicletta è sempre a rischio furto. “Quando ti rubano una bici da 500 o 600 euro e tu ne guadagni 1000 in un mese, la cosa può essere drammatica” racconta mentre beve un bicchiere di tè alla menta. Le sue giornate iniziano alle 7 del mattino. Si collega alla app di Deliveroo, che lo geolocalizza, senza sapere quante consegne riuscirà a fare e quanti soldi porterà a casa. E questa, dice, è la cosa che gli pesa di più. Se non ha l’acqua alla gola, cerca di accettare solo consegne pagate più di 7 euro, ma non ne arrivano molte. “Fare 8 chilometri ad andare e 8 a tornare per 3 o 4 euro? È inaccettabile. Oggi ci sono tantissimi rider, la concorrenza è alta e le consegne sono pagate meno rispetto al passato. Siamo tutti appesi a un algoritmo”. Gran parte dei soldi che guadagna vanno in Costa d’Avorio, a sua moglie e a suo figlio Mohammed che ha 9 anni. “L’Italia mi ha dato tanto ma oggi qui non c’è possibilità di realizzarsi, non riesco a immaginare un futuro. Sogno di tornare da mio figlio in Costa d’Avorio. Ma servono soldi per poter fare tutti i documenti. Non è facile, devo continuare a lavorare”. Non vede suo figlio dal 2022. Sul cellulare osserva spesso le foto scattate l’ultima volta che hanno giocato insieme. Preferisce non guardare quelle più recenti perché gli ricorderebbero tutto il tempo che non ha passato con lui e che non tornerà più.

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