Dopo giorni di polemiche, annunci e parziali dietrofront del governo, alla fine la stretta sul gioco d’azzardo è arrivata. Nel decreto Sanità approvato ieri dal consiglio dei ministri, oltre ai limiti alla pubblicità, sono stati inserite restrizioni alle slot machine nelle vicinanze delle scuole, seppure la distanza da rispettare è passata da 500 metri a 200 e vale solo per le nuove concessioni. “Un primo passo positivo, ma ora è necessaria una normativa più corposa e ampia che affronti il fenomeno nel suo complesso”, commenta Graziano Bellio, psichiatra e presidente di Alea (associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio).

E si capisce quanta strada ci sia ancora da fare se si pensa che oggi “è più facile trovare dove puntare dei soldi che un panettiere”. Secondo Bellio vietare le slot machine vicino a scuole, ospedali e chiese non è sufficiente. “L’idea di partenza è condivisibile, ma le misure riguardano solo gli apparecchi elettronici e non i Gratta e vinci. E’ come fare una distinzione tra giochi leggeri e giochi pesanti analoga a quella che si fa per le droghe”. Un discorso del genere – sostiene il presidente di Alea – non ha senso, visto che il Gratta e vinci crea dipendenza ed è il gioco più apprezzato dai giovani (lo preferiscono i due terzi degli studenti giocatori, secondo il rapporto del Cnr ‘L’Italia che gioca’. Nonostante ciò viene pubblicizzato dai monopoli con lo slogan ‘ti piace vincere facile’. “Un messaggio che nel giocatore rafforza il pensiero errato di poter fare soldi facilmente”.

La pubblicità, secondo Bellio, più che limitata va regolamentata: l’utente deve essere avvisato dell’alta probabilità che ha di perdere. Con il decreto di ieri il governo riconosce per la prima volta che il gioco d’azzardo è un fenomeno che, oltre a produrre reddito, causa problemi con costi sociali enormi. “Chi ne diventa dipendente, va curato – continua Bellio – e ciò comporta una spesa di denaro pubblico”. Ma le conseguenze della ludopatia non si limitano a questo. Il presidente di Alea le elenca una a una: “Ci sono molti casi di artigiani che a causa del gioco si indebitano e non riescono più a versare i tributi e i contributi dovuti allo Stato. Altre volte sono i creditori privati a essere danneggiati”. Il giocatore assiduo spesso diventa incostante e improduttivo sul lavoro, così rischia di essere licenziato. Oltre alla vita professionale, inizia a trascurare quella famigliare: “Diversi rapporti saltano – spiega Bellio – e, se non saltano, aumentano le violenze in famiglia”. C’è poi un costo a livello di legalità, non solo perché fuori dai locali di slot machine e scommesse è facile trovare usurai pronti ad approfittarsi di chi ha bisogno di denaro: “In diversi casi sono i giocatori stessi che, una volta indebitati, per recuperare un po’ di soldi iniziano a commettere reati, come truffe o appropriazioni indebite sul luogo di lavoro”.

La situazione negli ultimi anni si è aggravata in modo costante, perché in Italia si gioca sempre di più. Il giro di affari nel 2011 ha superato i 79 miliardi di euro all’anno, in forte crescita rispetto ai 61 del 2010 e agli appena 16 del 2003. “Le puntate aumentano perché la gente è sempre più a contatto con occasioni di gioco”, spiega Bellio. Esercizi pieni di slot machine, sale scommesse sempre più diffuse, gratta e vinci in ogni bar. E la crisi economica ha reso l’azzardo ancora più appetibile: “La gente cerca di ricavarne denaro in modo forsennato, senza rendersi conto che dietro non c’è un ente di beneficienza, ma un’industria che fa profitti”. La spesa di chi tenta la fortuna è di oltre 18 miliardi di euro all’anno, visto che 61 dei 79 miliardi vengono restituiti in vincite. Nelle casse dello Stato ne entrano circa 9, solo un ottavo del giro di affari complessivo, meno quindi del 21 percento di Iva applicato al consumo. “Lo Stato, insomma, farebbe meglio a puntare su altri settori”, commenta Bellio. Il caso italiano ha poi una particolarità: “Ormai è più facile trovare dove giocare soldi che dove comprare il pane. Questo è il risultato della dissennata politica di diffusione capillare e ubiquitaria dei giochi, che invece andrebbero concentrati in luoghi ben precisi”.

Contro la “polverizzazione dell’offerta” si scaglia anche Daniela Capitanucci, psicologa psicoterapeuta, presidente dell’associazione And (Azzardo e nuove dipendenze) oltre che vicepresidente di Alea: se ogni bar è un piccolo casinò, “diventa impossibile controllare il giocatore patologico”. In Svizzera si sono ottenuti buoni risultati aumentando il numero delle licenze delle sale da gioco e consentendo le puntate solo al loro interno. “Lì è lo stesso casinò a dover garantire misure di protezione per il giocatore – spiega Capitanucci -. Le sale da gioco hanno l’obbligo di impedire le puntate a chi ha problemi, pena la perdita della licenza. Per questo il personale viene formato per riconoscere i comportamenti tipici del giocatore patologico”.