L’assurdità corrode la scena. Sulla prima fune c’è un Nicola Mancino che telefona al Quirinale per chiedere aiuto: la Procura di Palermo non gli ha creduto, da teste è diventato indagato. Sono telefonate che non dovrebbe fare, per senso delle istituzioni, e che invece fa per senso di sé.

Sull’altra fune c’è un presidente, Giorgio Napolitano, che a quelle telefonate non dovrebbe rispondere, per senso delle istituzioni, e alle quali invece risponde forzando l’irresponsabilità, che è sua prerogativa, in un arbitrio che si sarebbe dissolto nel vento se non ci fossero l’indagine e un registratore a trasformare l’aria delle parole in un po’ di inchiostro segreto.

E l’inchiostro segreto in un nodo che annoda la scena. Immobilizzandola lì, davanti a tutti, ora che si sono accese le luci in sala, sorprendendo gli attori avvinghiati, con indosso i costumi sbagliati, senza un copione da recitare, afasici, storditi dai riflettori della politica e della giurisprudenza. Dovrebbero, per liberarsi, dire quello che si sono detti a vicenda, ma non possono, per senso delle istituzioni e di sé. Accampano Dottrina e Complotto. E invece di chiedere scusa cercano ossigeno nel segreto che li soffoca.

Il Fatto Quotidiano, 5 Settembre 2012