Un’inchiesta con fini politici. Un modo di usare la giustizia per far fuori Mitt Romney. E’ unanime la reazione dei repubblicani all’indagine per elusione fiscale che coinvolge Bain Capital – insieme ad altre società di private equity come Kohlberg Kravis Roberts & Company, TPG Capital, Sun Capital Partners, Apollo Global Management, Silver Lake Partners. Romney non c’entra nulla o, come dice il legale del candidato alla presidenza “il suo accordo, al momento del ritiro da Bain Capital, non diede alla società alcun diritto di eludere le tasse”.

L’indagine del procuratore generale di New York Eric Schneiderman, ex-chairman del Democratic Senate Campaign Committee, ha inizio lo scorso luglio, dopo la messa a disposizione on-line di migliaia di documenti di Bain Capital, la società fondata da Mitt Romney insieme a Bill Bain. L’accusa è quella di aver evaso milioni di dollari in tasse, facendo apparire come capital gains quelle che invece erano normali commissioni percepite per le operazioni di acquisto e ristrutturazione di altre società. Mentre infatti i capital gains sono tassati dal governo federale al 15%, i management fees sono soggetti a un’imposta del 35%. Per quanto riguarda in particolare Bain Capital, la cifra soggetta a evasione ammonterebbe a circa un miliardo di dollari. Con l’escamotage fiscale, i partners di Bain Capital avrebbero risparmiato circa 200 milioni di tasse federali e 20 milioni in contributi per il Medicare. Schneiderman sta anche valutando se i manager delle società di private equity abbiano trattato gli introiti come ritorno di capitali investiti, ciò che avrebbe consentito di eludere interamente la tassazione. Un’altra ipotesi è che i pagamenti ai partner siano stati differiti nel tempo, in modo da ridurre l’imposizione. La prima operazione potenzialmente illegale condotta da Bain risalirebbe, secondo l’ufficio del procuratore Schneiderman, al gennaio 2002.

Torna dunque in primo piano uno dei temi ricorrenti di questa campagna, quello del passato finanziario di Mitt Romney. I democratici ormai da mesi insistono sul tema. Non si tratta soltanto, come nel caso dell’attuale indagine, di atti potenzialmente illegali. L’accusa che Obama e i suoi muovono al candidato repubblicano è quella di aver sovrainteso, da partner di Bain Capital, alla chiusura di decine di società e al licenziamento di milioni di lavoratori. Romney ha sempre respinto l’accusa, rilanciando anzi la sua esperienza a Bain – e ancor prima quella a Staples, la società di prodotti per l’ufficio – come un punto di forza della sua candidatura.

“Vorrei che nella Costituzione americana ci fosse una disposizione – ha più volte detto Romney -. Che il presidente debba almeno aver fatto tre anni di lavoro nel settore privato, prima di entrare alla casa Bianca”. L’esaltazione delle proprie virtù imprenditoriali ha anche portato Romney a far sparire dalla campagna la sua esperienza come governatore del Massachusetts (allora era a favore di aborto, sanità obbligatoria e controllo delle armi, ciò che potrebbe procurargli più di un imbarazzo con i conservatori del partito). La decisione di vincere la Casa Bianca come businessman e non come politico è d’altra parte rischiosa e, come dimostrano i casi di Henry Ford, William Randolph Hearst e Ross Perot, non ha mai avuto molto successo negli Stati Uniti.

E’ comunque un fatto che sugli anni di Romney a Bain Capital, dal 1983 al 2002, resti più di un punto poco chiaro. La scarsa o nessuna volontà di Bain di rendere pubblici i documenti che la riguardano – “per salvaguardare la privacy degli investitori”, ha sempre detto la società – ha reso sinora molto difficile una completa ricostruzione di quegli anni. Non si sa per esempio quanti posti di lavoro abbia davvero creato Bain, nelle sue operazioni di acquisto e ristrutturazione di società in difficoltà – tra queste, Accuride, Brookstone, Domino’s Pizza, Sealy Corporation, Sports Authority, Artisan Entertainment – e quanti invece ne abbia distrutti, chiudendo i gruppi più improduttivi dopo aver incassato lauti compensi per i propri servizi. E del resto “il nostro lavoro non era creare lavoro, ma far fruttare gli investimenti”, ha detto Howard Anderson, un ex-partner di Romney a Bain.

Quello che si sa con una qualche certezza è che Romney esce da Bain Capital, nel 2002, con un patrimonio personale di circa 250 milioni di dollari (la società iniziò la sua avventura, nel 1983, raccogliendo circa 37 milioni di dollari tra gli investitori). Tutto il resto è appunto confuso e attiene alla fase di capitalismo avventuriero, rapace, privo di regole che segna i primi anni dell’amministrazione di Ronald Reagan. Chi ha studiato quegli anni e intervistato gli antichi compagni di ventura di Romney, per esempio Barton Gellman di “Time”, descrive un Romney meticoloso, prudente all’eccesso, fanatico di numeri e diagrammi, ma anche capace di muoversi con rapidità nel caso fiutasse l’affare. Il candidato repubblicano, secondo diverse testimonianze, si dimostrò sempre contrario a qualsiasi investimento di Bain nei settori delle armi e del tabacco. Rifiutò per esempio affari lucrativi con Colt’s Manufacturing e con Remington e con produttori di tabacco e sigarette come RJR Nabisco, Brown & Williamson, El Credito. “Volete davvero fare cose di cui poi non potreste parlare con gli amici e la famiglia?”, sembra dicesse Romney per allontanare i partner da un certo tipo di affari.

La riserva morale è in larga parte riconducibile alla fede mormone di Romney. Per tutto il resto, raccontano i testimoni di quegli anni, l’attuale candidato alla presidenza si dimostrava scevro da particolari preoccupazioni etiche. Tasse, leggi sul lavoro, regolamentazioni societarie erano per Romney e i partner di quegli anni ostacoli che, se possibile, si potevano e si dovevano aggirare. Ha detto Mark Walpow, un altro partner finanziario di Romney: “Non l’ho mai visto violare la legge. Ma ritengo che Mitt credesse, come anch’io credo, che un uomo d’affari ha il diritto di spingere le leggi sulle imposte in una zona grigia, e rischiare che l’ufficio delle tasse ti prenda di mira. E poi eventualmente negoziare con il governo”. Le parole di Walpow diventano particolarmente profetiche oggi che il procuratore Schneiderman ha aperto un’indagine proprio per valutare quella “zona grigia” in tema di tasse, al confine tra il legale e l’illegale. Non è un caso che R. Bradfort Malt, uno dei legali di Romney, dica ora che convertire le commissioni in capital gains è una pratica “comune e del tutto legale”.

Ci sono comunque testimonianze di altri casi in cui il candidato repubblicano si fece largo con metodi piuttosto aggressivi nella “zona grigia” del capitalismo reaganiano. Per esempio quando ricorse ai servigi finanziari di Michael Milken, detto il re dei junk bond, messo sotto inchiesta dalla SEC (l’organo di controllo della Borsa negli Usa) per insider-trading e poi condannato a 10 anni di prigione. A fini di campagna elettorale, comunque, pare molto più rischioso per Romney l’emergere di dettagli sulle operazioni di ristrutturazione e successiva distruzione di società come KB Toys, la catena di negozi con sede a Pittsfield, in Massachusetts. Bain Capital acquistò KB Toys nel dicembre del 2000 per 305 milioni di dollari. Romney e soci sborsarono però soltanto 18 milioni, prendendo a prestito i restanti 287, che quindi diventarono il debito della società. Sedici mesi dopo l’acquisizione, Bain si pagò 85 milioni in dividendi. Nel 2004 KB Toys fece richiesta di bancarotta e chiuse 356 tra i suoi negozi. Altri 156 chiusero tre anni dopo, lasciando a casa migliaia di persone. Sono probabilmente vicende come queste, più che eventuali elusioni delle tasse, che potrebbero nuocere al repubblicano che ha promesso agli americani 12 milioni di nuovi posti di lavoro.