La crisi finanziaria o meglio le crisi economico-finanziarie (quella del 2008 in Usa e quella che viviamo oggi specie in Europa) costringono inevitabilmente il dibattito sui temi economici. Tornano vecchi discorsi e vecchi slogan e mi chiedo se abbiano senso. Molti economisti si schierano su opposti fronti con una invidiabile certezza su diagnosi e cure. Come se la complessità che caratterizza l’evoluzione dei diversi capitalismi fosse d’un tratto evaporata. Come se tutto si riduca ad avere più o meno Stato, più o meno mercato. Non è più una contrapposizione di ideologie, ma quasi di tifoserie.

Se ti poni il problema di sostenere il lavoro e il welfare in periodi di crisi e di sostenere la domanda con stimoli pubblici, sei considerato un keynesiano di sinistra folle che vuole alimentare il debito pubblico, gravando ancor di più sulle prospettive dei cittadini e di quanti pagano le tasse, ormai giunte in Italia a livelli insostenibili (a Tampa, dietro gli speaker repubblicani un contatore ineluttabilmente mostrava l’aumento in tempo reale del debito degli americani).

Se proponi di abbattere il debito ormai insostenibile con riduzione della spesa pubblica, riqualificazione del welfare e austerity vieni bollato come neo-liberista folle che non capisce che, in momenti di crisi, ridurre la spesa pubblica ha l’effetto di deprimere ancora di più l’economia, alimentando la depressione, allargando la diseguaglianza e spingendo sempre più milioni di persone verso la soglia della povertà.

Negli slogan politici torna la vecchia contrapposizione tra Stato e Mercato che ha caratterizzato il Novecento. L’avevamo superata fiduciosi, alla fine del secolo, all’inizio degli anni novanta, quando il ‘second wave neoliberalism’ (che non era proprio il ‘neoliberalism’ di Reagan e Thatcher ma il ‘market globalism’ di Clinton, della ‘third way’ di Blair e del ‘capitalismo temperato’ di Prodi) sembrava poter coniugare Stato e Mercato, con un intervento pubblico che da proprietario-gestore si trasformava in controllore-regolatore dei mercati. Con il lavoratore che era ‘anche’ consumatore-cittadino e che con la ‘libera scelta’ nei consumi e nel lavoro che orientava le decisioni delle imprese. Quel modello post-ideologico non ha retto al fenomeno che intendeva governare, ovvero alla globalizzazione dei mercati. Bisogna capire il perché. Cosa salvare e cosa eliminare. 

E invece, come al solito, le risposte sicure che si sentono in giro sono opposte: chi sostiene che vi era troppo mercato senza regole e chi sostiene che, specialmente in Europa, vi era ancora troppo Stato per permettere alla globalizzazione dei mercati di sprigionare per intero i suoi benefici di lungo periodo. C’è, ancora, chi sostiene che la globalizzazione dei mercati aumenta la diseguaglianza e la povertà se ad essa non corrisponde una globalizzazione dei diritti di lavoratori e consumatori.

Se guardiamo al 2008 e agli Usa, una delle principali ragioni della crisi – riconosciuta persino da un chicaghiano come Richard Posner – è stata non solo il mantenimento di una politica monetaria sbagliata sui tassi di interesse, ma soprattutto un debolissimo controllo dei regolatori, spesso privi dei necessari poteri di intervento. E’ un tema che riguarda anche il disegno istituzionale dell’europa monetaria e del suo governo. E riguarda la politica, non l’economia.

Non è un problema di Stato ‘versus’ Mercato ma di come si disegnano le regole di governo dei mercati. Sono decenni che siamo consapevoli della complementarietà di regole e mercati, del fatto che mercati senza regole sono solo praterie per l’affermazione del potere privato e che l’inefficienza dello Stato – o l’arbitrio del potere pubblico alla mercé di interessi partitici o lobbistici –  non giustifica di per sé il passaggio da monopoli pubblici a monopoli privati. Sono decenni che gli economisti, i giuristi e i politologi hanno piena consapevolezza del ruolo fondamentale del contesto istituzionale nel quale avvengono gli scambi di mercato come determinante della crescita e della diseguaglianza.

Sono le regole che contano e il disegno istituzionale con il quale governiamo pubblico e privato e non il nome della ‘cosa’ (Stato o Mercato). Eppure, a sentire gli ultimi dibattiti, anche negli Usa, si torna indietro. Si torna a contrapporre Stato e Mercato. Si torna al tifo. E in un quadro reso così banale e semplificato, torna trionfante la politica degli slogan. Ma è la politica che non ha saputo disegnare le regole in un modo globale e complesso. E’ la politica che non ha saputo nominare regolatori indipendenti a sovraintendere e controllare i mercati. La confusione ‘antica’ della banale contrapposizione tra Stato e Mercato è oggi la migliore arma che ha la politica per non processare se stessa (con la cieca complicità degli economisti di opposte fazioni ai quali la complessità da sempre un certo fastidio).

Siamo nel 2012, ma sembra un secolo fa. Non mi pare sia un progresso.