”Quella era la stagione di Mani Pulite, un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia”. Sono parole di Reginald Bartholomew, l’ex ambasciatore americano a Roma morto domenica scorsa, raccolte un mese fa dalla Stampa e pubblicate oggi come preludio a un’inchiesta sui rapporti Italia-Usa. “La classe politica si stava sgretolando – ha ricordato Bartholomew – ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo”. Qualcosa, aggiunge, nel consolato a Milano “non quadrava”. L’ex ambasciatore, si legge sulla Stampa, “rivendica il merito di aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l’Italia”. Se fino a quel momento il predecessore Peter Secchia aveva consentito al Consolato di Milano di gestire un legame diretto con il pool di Mani Pulite, “d’ora in avanti tutto ciò con me cessò”, ha spiegato l’ex ambasciatore, riportando le decisioni in Via Veneto. Fra le iniziative che Bartholomew prese ci fu quella di far venire a Villa Taverna il giudice della Corte Suprema Antonino Scalia “per fargli incontrare sette importanti giudici italiani e spingerli a confrontarsi con la violazione dei diritti di difesa da parte di Mani Pulite”.

L’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi in concomitanza con l’arrivo del presidente Bill Clinton in Italia, nel luglio ’94, fu “un’offesa al presidente degli Stati Uniti, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi”. Bartholomew non incontrò mai Antonio Di Pietro ma sviluppò con Massimo D’Alema “un rapporto che sarebbe durato nel tempo”. Con Gianfranco Fini medesimo approccio: “Guardando avanti e non indietro”. Berlusconi, ha detto, si presentò per avere “il mio imprimatur per la sua entrata in politica”.

“Queste cose dette da una persona che non c’è mi spingono a dire pace all’anima sua. Altrimenti l’avremmo chiamato immediatamente a rispondere delle sue affermazioni per dirci ‘chi, come, dove e quando’. Io non ho mai incontrato questo Bartholemew, invece so che gli Stati Uniti all’epoca furono molto collaborativi per quanto riguarda le rogatorie che noi effettuammo” dice Antonio Di Pietro, ai microfoni di Radio 24,. Vent’anni dopo -aggiunge Di Pietro – una persona fa delle affermazioni in relazione a comportamenti che lo stesso suo Paese ha fatto in modo totalmente diverso, mi sembra una cosa che non abbia né capo né piedi. Bartholemew è una persona che vuole sconfessare se stesso e il suo Paese e quindi non fa onore al suo Paese, ma ripeto non c’è più quindi pace all’anima sua”.