Va dato atto a La  Stampa di aver pubblicato un riferimento, sabato 25 agosto, a uno studio effettuato nell’ambito del Fondo monetario internazionale che va decisamente controcorrente. Da tale studio si evince infatti, in termini crudamente matematici, che “per ogni euro di taglio alla spesa se ne perdono, nel primo anno, tra 1,6  e 2,6 di prodotto interno lordo, mentre per ogni euro di aumento delle tasse se ne sacrificano molti meno, tra o,16 e 0,35”. Pertanto, anche assumendo come riferimento il più classico e per molti versi discutibile dei parametri economici, cioè il pil, la conclusione, secondo i tre studiosi, Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina, è che “bisognerebbe dare priorità agli aumenti delle tasse” e in particolare  “se gli aggiustamenti avvengono durante periodi di recessione e prediligono riduzioni della spesa pubblica e degli investimenti, dovrebbero essere graduali e morbide e accompagnati da aumenti delle tasse, dato che, se l’aggiustamento è basato “più sugli incrementi delle tasse che sui tagli della spesa, ed è graduale, il debito cala di più e l’effetto sull’economia è meno negativo”.

Fin qui il FMI. Va però aggiunto che l’incremento delle tasse, per raggiungere a pieno i suoi effetti, deve svolgersi in modo da colpire i redditi e patrimoni più alti, come previsto dall’art. 53 della nostra Costituzione. In tal modo infatti potrà raggiungere importanti effetti redistributivi, giusti sul piano etico e favorevoli su quello economico. Come ricorda l’economista britannico Sir Tony Atkinson, intervistato sull’ultimo numero dell’“Espresso”: “sembra esserci una nuova consapevolezza degli effetti di una divaricazione estrema della distribuzione del reddito e della ricchezza, e la volontà  da parte dei politici di parlare di giustizia sociale. In parte questo è dovuto alla scala delle differenza. Siamo tornati indietro a livelli di ineguaglianza degli anni Venti”.

In Italia però questa consapevolezza fatica a farsi strada. Il tema della patrimoniale è presente nel dibattito politico e ideologico, ma per il momento se ne parla solamente e potete scommettere che non se ne farà nulla almeno finché il bocconiano della Goldman Sachs continuerà a tenere banco, spalleggiato dai tutori dei privilegi della casta Alfano, Bersani e Casini.

Eppure, non c’è altra strada per recuperare le risorse finanziarie necessarie per effettuare gli investimenti pubblici indispensabili per orientare economia e società a conseguire obiettivi indispensabili e urgenti in termini di salvaguardia ambientale, posti di lavoro qualificato, istruzione, cultura e ricerca, trasporti pubblici, salute, riconversione dell’economia inquinante, ecc.

Per non parlare dell’effetto positivo della tassazione dei ricchi, per rivendicare il quale Massimo Riva, sempre sull’Espresso in edicola,  rievoca giustamente Thomas Malthus, secondo la cui analisi “gli eccessi di accumulo di denaro tendono inesorabilmente verso la speculazione finanziaria piuttosto che verso impieghi nell’economia reale. Mentre il conseguente impoverimento della restante popolazione innesca una spirale discendente della domanda globale che porta dapprima alla stagnazione e poi alla depressione”. Proprio quello che sta avvenendo a livello planetario.

Una deriva economicamente e socialmente suicida che va fermata colpendo senza pietà i ricchi. Quelli che, come ho ricordato in un recente post, hanno imboscato nei paradisi fiscali una somma equivalente al prodotto nazionale lordo di Stati Uniti e Giappone.

Si tratta di uno sforzo da compiere al livello globale e, seguendo anche qui il suggerimento di Massimo Riva, risolvendo a monte il problema che ha le sue radici soprattutto “nella benevola negligenza con la quale gli Stati hanno abbandonato a se stessi i mercati finanziari. In particolare, lasciandoli liberi di moltiplicare a dismisura quelle posizioni di conflitto d’intresse su cui pochi privilegiati, appunto, hanno lucrato margini di guadagno altrimenti impensabili”.

Sarebbe quindi necessaria un’iniziativa di livello globale per tassare pesantemente la finanza e impedire l’accumulazione di ulteriori capitali improduttivi. Intanto, occorre muoversi a livello nazionale ed europeo, levando di mezzo gli enormi ostacoli politici che le lobbies finanziarie pongono ad ogni cambiamento, per salvaguardare i loro odiosi privilegi, provocando la miseria e la devastazione dell’intero pianeta.